Gender Transformations


“Gender Trasformations” è il titolo di una ricerca svolta tra il 1998 e il 2000 promossa dall’Associazione “Orlando” all’interno del Centro di documentazione delle donne di Bologna per indagare se e come siano intervenute modifiche significative nei percorsi di formazione dell’identità di genere. Coordinata da Sandro Bellassai, Elda Guerra, Maria Grazia Negrini e Renzo Ricchi, essa ha coinvolto studenti universitari maschi e femmine provenienti da diverse parti del paese, ma accomunati dal fatto di vivere a Bologna, in una significativa area metropolitana, la “vita da studenti”. Il metodo usato è stato quello dell’intervista qualitativa raccolta da intervistatori e intervistatrici (Elena Di Gioia, Anna Lancioni, Caterina Serra e Benedetto Solazzi) ad essi coetanei o comunque prossimi in termini generazionali che hanno fatto parte a pieno titolo del gruppo di ricerca. Riportiamo alcune considerazioni sui suoi risultati


“Nelle interviste raccolte per questa ricerca il femminismo, o meglio la questione dell’appartenenza di genere sembra divenuta un aspetto del paesaggio, qualcosa con cui si sa – da parte di entrambi i sessi – di dovere fare i conti.
Tuttavia, non sempre, tale aspetto viene avvertito come una questione tuttora in essere, su cui ogni nuova e diversa generazione deve confrontarsi rielaborandola con le proprie modalità. Non solo, ma questo problema tende a riconfigurarsi lungo linee meno trasgressive e più evolutive.
È difficile per i ragazzi e delle ragazze intervistate a stabilire un confronto con le generazioni precedenti, a individuare modelli o figure di riferimento: la convinzione generale è quella di un inevitabile e quasi naturale processo di modernizzazione e di evoluzione dei costumi in senso paritario. A questa convinzione, si accompagna da parte delle ragazze, la questione di fare i conti con la difficile eredità del femminismo considerato un fenomeno eccessivo e in qualche modo datato, oppure vissuto come una ricerca complessa, isolata rispetto alle donne adulte, quand’anche femministe e scarsamente legittimata nel mondo dei pari.
Per i ragazzi la questione è al tempo stesso più semplice da interpretare e più complessa da vivere. Diffusa è la percezione di una crisi del “maschile” tradizionale, senza però che questo provochi particolari nostalgie per il mondo più rassicurante dei padri o meglio dei nonni, in quanto gli stessi padri sono stati coinvolti e implicati nel conflitto tra i sessi degli anni ’70. Emerge piuttosto la consapevolezza “che non ci siano più regole certe e chiare per tutti e tutte (per quanto potessero essere opprimenti), e che ognuno ed ognuna debba costituirsi il proprio ordine morale entro un quadro di riferimento generale altamente instabile” (Bellassai, 2001).
In ogni caso questa percezione di un percorso faticoso, personale e individuale accomuna entrambi i sessi:
“Non lo so – dice una ragazza rispetto ad una domanda sulla differenza di essere uomini o donne nelle relazioni affettive – per me non ci sono due sessi, ci sono due persone, siamo tutti diversi e ogni persona è se stessa nel rapporto affettivo, vivilo come uomo, come donna, come entrambi, le difficoltà sono quelle del rapporto di coppia…” (Nicoletta, 21 anni)
Comune è anche il senso di isolamento: si avverte l’assenza di luoghi collettivi che non siano i quelli della solidarietà amicale, più forte come momento di scambio e confidenza per le ragazze, ma non sostitutiva di altri momenti di condivisione e di elaborazione di gruppo. Forte, ad esempio, è il desiderio delle ragazze di potere avere un rapporto più intenso e diretto con le amiche, un desiderio che però si accompagna alla consapevolezza “esposta in modo contraddittorio, della incapacità di giungere a qualificare i propri rapporti così come si vorrebbe” (Ricchi, 2001) . La difficoltà di rapporti spontanei tra amiche dello stesso genere, si traduce allora nel rimpianto di una storia, quella della generazione precedente che non è più dato vivere:
“Rispetto poi al '68 per quello che riguarda le donne io avverto una differenza enorme…della dimensione pubblica del parlare .., nel senso che...nella mia esperienza, sarà per il disagio che ho sempre avuto con le ragazze però non ci è mai stato un parlare tranquillamente delle proprie esperienze,(…).Esperienze come l'autocoscienza penso che siano chiuse, almeno per quello che ho visto io non…mai incontrate (sorride) nel mio cammino. C 'è un dialogo mozzato…sempre rispetto proprio a quel periodo dove c'è stata proprio una esplosione una voglia anche di raccontarsi di aprirsi di donarsi che io, almeno sul mio cammino ho incontrata… e ho fatto di tutto….E’ un dialogo che manca(…) La riflessione personale su di sé è ritornata ad essere privata chiusa tra sé e sé ..e...probabilmente quella spinta propulsiva ad aprirsi è ritornata… in noi, insomma, nelle figlie di quella generazione è ritornata invece sul piano privato”. (Paola, 24 anni)
A conferma di queste parole nelle interviste, il piano del racconto dell’esperienza privata , personale soggettiva è senza dubbio quello più ricco di indizi e di suggestioni ed è anche quello in cui più forti appaiono i mutamenti specie da parte delle ragazze: grande libertà nelle scelte personali, venir meno, sul piano dell’immaginazione, dell’alternativa tra maternità e lavoro, delinearsi di una concezione della paternità come condivisione della cura. Il futuro personale è visto in coppia, generalmente non sposata e con dei figli anche da single.
Diverso è invece il tono quando il racconto si sposta dalle scelte in qualche modo governabili nell’ambito del privato, alla dimensione pubblica.
E’ l’ingresso nel mondo del lavoro il momento più critico temuto da entrambi i sessi rispetto ad un futuro incerto, è percepito dalle ragazze ancora come un possibile luogo di discriminazione sessuale; e come tale viene visto anche dai ragazzi. Ho sottolineato ancora perché, comunque, abbastanza diffusa è la convinzione che un processo evolutivo e direi quasi naturale porterà anche da questo punto di vista condizioni di maggiore parità.
In maniera più sorprendente , invece, emerge un altro luogo di insicurezza per le ragazze: la strada, la possibilità della violazione del proprio corpo. E’ questo lo svantaggio maggiore avvertito nell’essere donna:
“Sicuramente sono più felice di essere femmina anziché maschio, però ci sono delle circostanze per cui preferisco non essere femmina (….) alcuni sguardi, una questione di sicurezza probabilmente, di tranquillità. Talvolta non mi sento tranquilla proprio perché sono una donna, una ragazza; penso che se fossi un uomo sarei tranquillo.” (Eleonora, 23 anni)
Se confrontiamo queste affermazioni – in un accostamento arbitrario, ma tutto sommato utile -con quelle delle studentesse del Liceo Parini, i mondi appaiono davvero lontani. La prospettiva di un orizzonte chiuso a causa dell’appartenenza di genere non c’è, i dilemmi più tradizionali non si pongono più, altre inquietudini emergono.
Tra queste anche quello di uno sconvolgimento troppo radicale nelle relazioni tra i sessi:
“….si sta arrivando all’eccesso, c’è troppo. Va bene tutto adesso, non è proprio così secondo me (…). Non le lotte, le manifestazioni, ci sono alcune cose che bisogna portare avanti, come il matrimonio libero tra sessi, razze, è giusto… Ma non che ci siano donne che sono eccessive, diventano delle femministe peggio degli uomini, questo è un eccesso che porta ad una caduta, allora - dico io – non arriviamo a degli eccessi fermiamoci prima.” (Nicoletta, 21 anni)
Infine questa ricerca ci dice che, anche tra timori di possibili ritorni indietro rispetto alle possibilità raggiunte, preoccupazioni persistenti per discriminazioni ancora in atto, tuttavia il nodo profondo delle relazioni tra i sessi e la nostalgia di una complementarietà, forse impossibile, ma ancora presente come raffigurazione dell’immaginario, permangono. La domanda finale, legata alla rappresentazione del futuro, non sul piano personale, ma su quello teorico concettuale delle relazioni provoca infatti risposte in qualche modo inaspettate e di non facile lettura. Rimane nella sostanza un desiderio di distinzione tra il maschile e il femminile e di un equilibrio in questa distinzione:
“può darsi anche che cambino, dice Giuliana studentessa di filosofia, cioè adesso io sento molti uomini che fanno lavori da donne (…) quindi vuol dire che se qualcosa è cambiato rispetto al passato può darsi anche che fra 200 anni tutte le donne saranno a lavorare e tutti gli uomini saranno a casa…io però spererei di no perché sarebbe triste anche in quella situazione probabilmente però..”
Le fa eco, Camilla, studentessa ventiquattrenne di Belle Arti:
“No, non cambierà mai….la diversità non cambierà mai, non penso che sia la situazione della donna ora , spero che questa cambi, cioè ci credo, cambierà assolutamente, ma la diversità no, ci sarà sempre un maschio e ci sarà sempre una la femmina.”
Oppure, in termini sociologicamente più elaborati, Giovanni, studente emiliano di Storia Contemporanea, cerca di misurarsi, rispetto ad un futuro possibile, con il rapporto uguaglianza differenza:
“Non voglio parlare di uguaglianza perché mi sembra limitante, anche se è una categoria a cui sono molto affezionato, ma mi sembra che nella questione di genere non sia l’uguaglianza il terreno da cui partire. Direi un reciproco riconoscimento, anche rispetto ad alcune particolarità che però valorizzi la libertà e la capacità di iniziativa di ognuno.”
Sarebbe facile interpretare queste affermazioni e altre che costellano le interviste come una scarsa efficacia dei mutamenti intervenuti. Una lettura più attenta ci dice invece della complessità già richiamata della ricerca di autocollocazione di sé, anche dal punto di vista delle relazioni tra i sessi, di questa generazione nata intorno agli anni ’80 e che ha vissuto, un contesto storico segnato dal venir meno di certezze consolidate e di mondi costruiti lungo il Novecento.
Figli e figlie della società del “post-“, succeduta a quella che storici e sociologi vedono come la crisi di sistema degli anni ’70 (Harvey (1993; Giddens 1994; Maier, 2001) questi ragazzi e queste ragazze si fanno, pur nella difficoltà dell’autorappresentazione in termini generazionali, interpreti del loro tempo, e della difficile lettura di esso (Baiesi, Guerra, 1997). Da questo punto di vista il richiamo apparentemente arcaico e poco post-moderno a differenze insieme irriducibili e complementari suona più come ansia rispetto ad ancoraggi perduti che come rivisitazione effettiva.
I nuovi movimenti giovanili apparsi recentemente sulla scena storica in termini di opposizione rispetto alle narrazioni dominanti del mondo, e lo slogan “un altro mondo è possibile” ci dicono che il blocco della soggettività, il desiderio di sottrarsi a mutamenti troppo rapidi e difficilmente governabili si sta, forse, in qualche misura consumando e che la “generazione invisibile”, rinchiusa in un orizzonte temporale breve e ripiegata sul progetto individuale di vita , non è più tale. (Leccardi, 1996; Diamanti,1999)
Come in questo quadro si ponga la questione della relazione tra sessi e generi è ancora da esplorare: forse la valorizzazione delle differenze e il reciproco riconoscimento evocati dall’ultima citazione costituiscono un indizio importante. Altrettanto importante però è che la generazione precedente assuma il compito di una rielaborazione meno frammentaria ed episodica della sua stessa esperienza nella consapevolezza della necessità di costruire forme di comunicazione intersoggettiva, capaci di tenere conto delle fratture e delle discontinuità che il tempo storico ha provocato, anche tra generazioni cronologicamente contigue.
L’importanza delle relazioni, in senso allargato, è un leit-motiv ritornante nelle interviste, assieme alla sottolineatura dell’esigenza di spazi in cui queste si possano produrre in una dimensione non solo privata. Una citazione per tutte:
“il futuro spero ci dia ancora la possibilità dell’esistenza delle relazioni, siamo sempre tutti presi dai nostri progetti e pensiamo sempre meno ai rapporti interpersonali (…) Sì, spero che nel mio futuro possano migliorare le relazioni però viviamo in una società che secondo me ce lo impedisce. Dobbiamo fare tutto di fretta, dobbiamo lavorare moltissimo e quindi poi finisce che ci sono problemi di poco tempo…” (…….)
Le parole di questa ventenne appaiono quasi un richiamo a sostenere i processi di autoriflessività che la sociologia contemporanea individua come peculiari della nostra contemporaneità. Sono processi in cui l’autoconsapevolezza di ciascuno e ciascuna si costruisce necessariamente nella relazione con gli altri e le altre. Ma allora, come lei dice, diviene essenziale il tempo, un tempo troppo spesso negato da altri meccanismi: il tempo lento e circolare del dialogo, dello scambio, della ricerca di forme più alte ed intense di convivenza e di mondi possibili.

Riferimenti bibliografici:

Bellassai Sandro (2001), I percorsi maschili, in “Rapporto di ricerca”, dattiloscritto
Ricchi Renzo (2001), I percorsi femminili, in “Rapporto di ricerca”, dattiloscritto
Harvey David (1993), La crisi della modernità, Milano, Il Saggiatore
Giddens Anthony (1994), Le conseguenze della modernità, Bologna, Il Mulino
Maier Charles (1998), Due grandi crisi del XX secolo. Alcuni cenni anni Trenta e anni Settanta, in Luca Baldissara (a cura di), Le radici della crisi. L'Italia tra gli anni Sessanta e Settanta", Roma, Carrocci, 2001
Baiesi Nadia, Guerra Elda (a cura di) (1997), Interpreti del loro tempo, Bologna, Clueb
Leccardi Carmen (1996), Futuro breve. Le giovani donne e il futuro, Torino, Rosenberg § Sellier
Diamanti Ilvo (a cura di), La generazione invisibile: inchiesta sui giovani del nostro tempo, Milano, Il sole-24 ore, 1999

da Elda Guerra, Ragazzi e ragazze anni'70/anni'90: una differente esperienza storica? In Barbara Mapelli (a cura di), Vivencia. Conoscere la vita da una generazione all'altra, Torino, Rosenberg § Sellier, 2003, pp.27-31.

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