Casa di bambola

 “Casa di bambola” (titolo originale “Et dukkehjm”) è un testo teatrale scritto da Henrik Ibsen nel 1879 e rappresentato la prima volta il 21 dicembre dello stesso anno a Copenaghen. Tra le tante rappresentazioni dell’opera, resta memorabile quella che vide come protagonista l’intensa attrice russa Alla Nazimova, che interpretò per la prima volta lo spettacolo nel 1907 e che nel 1922 fu la protagonista della relativa trasposizione cinematografica.

 Pungente critica nei confronti dei tradizionali ruoli maschili e femminili, nell’ambito del matrimonio durante l’epoca vittoriana, Henrik Ibsen nel personaggio di Nora ha delineato il vuoto interiore di una vita vissuta all’ombra di un uomo, l’angosciante desolazione di chi nasconde la sua forza dietro la maschera della debolezza, l’ingenuità artefatta, mirata a negare la mancanza di intimità, comprensione, fiducia nel rapporto coniugale.

 L’opera teatrale si apre sul rientro a casa di Nora: è quasi Natale e lei sorride, canticchia, sgranocchia, un po’ furtiva, alcuni dolcetti.

 Torvald: – E’ la mia lodoletta che trilla lì fuori?
Nora: – Sì, è proprio lei!
Torvald: – E’ lo scoiattolo che ruzza?
Torvald: – Quando è rincasato lo scoiattolino?
Nora: – In questo momento. (Caccia in tasca l’involto dei dolci e si pulisce la bocca). – Torvald, vieni a vedere cosa ho comprato!
Torvald: – Non mi disturbare! (Poco dopo apre la porta e guarda nella stanza, con la penna in mano). – Comprato, hai detto? Tutta quella roba, il passerotto sventato se ne è di nuovo andato in giro a sciupar denaro?
Nora (accostandosi alla stufa): – Ma sì, come vuoi tu, Torvald.
Torvald (la segue): – Già, ma non voglio che la lodoletta trascini le ali. Cosa c’è? Lo scoiattolino fa il broncio? (Tira fuori il portafogli) Nora, indovina cosa ho qui?

 La seduttività manipolatoria di Nora gioca con il compiacimento di Torvald, che si sente forte del potere esercitato su di lei.

 Torvald: – Ed io non ti vorrei diversa da quel che sei, mia cara piccola allodola canterina. Però, ora che ci penso; oggi hai un’aria così… come dire?… sospetta…
Nora: – Io? –
Torvald: – Sì, tu. Guardami bene negli occhi.
Nora (lo guarda): – E ora?
Torvald (minacciandola col dito): – La piccola golosa non ha trovato qualcosa da sgranocchiare oggi in città?
Nora: – Ma no, cosa ti viene in mente?
Torvald: – Davvero la ghiottoncella non ha fatto una scappata in pasticceria?
Nora: – No, Torvald, ti assicuro.
Torvald: – Non ha assaggiato un po’ di marmellata?
Nora: – No, davvero.
Torvald: – E neanche rosicchiato due o tre amaretti?
Nora: – Ma no, Torvald, ti assicuro, proprio…
Torvald: – Via, via… dico per scherzo, si capisce…
Nora (va verso il tavolo di destra): – Non mi verrebbe mai in mente di fare cose che ti dispiacciono…
Torvald: – No, lo so anch’io. E poi m’hai dato la tua parola.

Nella sua vita, cosparsa di piccole, grandi menzogne, Nora ha rinnegato anche il diritto di mangiare dei dolci, giacché ha barattato la sua libertà per la comodità di un ruolo da sempre recitato, fin dai primi tempi di suo padre, per eludere il cambiamento.
In quel momento, mentre progetta col marito la festa mascherata in programma per la sera, non sa che il destino ha in serbo per lei il ricatto, l’onta del disonore, la disperazione della perdita, ed, infine, il riscatto della sua dignità di donna, nelle vesti di Krogstad, l’usuraio.
Molto tempo prima, per pagare un viaggio di convalescenza a suo marito, gravemente malato, ella aveva contratto un grosso debito con l’uomo, falsificando la firma di suo padre che, poco dopo era morto, senza poter avallare le cambiali. Lavorando in silenzio, di nascosto, conscia che l’orgoglio di Torvald non le avrebbe perdonato quell’umiliazione, ha quasi estinto quel debito; ma, quella sera, l’usuraio si reca da lei, chiedendole di intercedere presso il marito, che vuole farlo licenziare. Terrorizzata dal ricatto, cerca dapprima di usare il suo fascino di scoiattolina per convincere Torvald a conservare l’impiego a Krogstad, poi, resasi conto di non poter eludere il confronto con lui, decide di confessargli la verità, certa della sua comprensione, ma preoccupata che l’onore e l’amore gli impongono di addossarsi la sua colpa e, quindi, decisa ad uccidersi per evitarlo. Ma dopo le prime battute, scopre quanto, in realtà, lei poco lo conosca.

 Torvald: – Dunque è vero? E’ vero ciò che egli scrive? Orrore! No, non può essere!
Nora: – E’ vero. Ti ho amato sopra tutto al mondo!
Torvald: – Risparmiami queste miserevoli scuse.
Nora (facendo un passo verso di lui): – Torvald!
Torvald: – Disgraziata! Cosa hai fatto?
Nora: – Lasciami andare. Tu non dovrai espiare per me. Non devi addossarti la mia colpa.
Torvald: – Basta con queste commedie. (Chiude la porta dell’anticamera). Tu resterai qui e mi renderai conto delle tue azioni. Capisci quello che hai fatto? Rispondimi! Lo capisci?
Nora (lo guarda fisso e parla irrigidendosi sempre più in volto): – Sì. Ora incomincio a capire perfettamente.
Torvald (muovendosi per la stanza): – Ah, che risveglio terribile! Per questi otto anni… lei che è stata la mia gioia e il mio orgoglio… una bugiarda, un’ipocrita … peggio ancora, una criminale… laidezza senza fondo! Orrore. Orrore! (Nora tace e continua a guardarlo fisso. Torvald si arresta davanti a lei.) Ma avrei dovuto esservi preparato, avrei dovuto prevederlo. Quel tuo padre spregiudicato. Taci! La spregiudicatezza l’hai ereditata da lui. Nessuna religione, nessuna morale, nessun senso del dovere. Ah, come sono punito di aver chiuso un occhio sulla tua condotta. L’ho fatto per te. E tu mi ricompensi così.
Nora: – Sì… così.
Torvald: – Hai distrutto la mia felicità. Hai stroncato il mio avvenire… Dovrò andare alla malora per la sventatezza di una donna!
Nora: – Quando avrò lasciato questo mondo, tu sarai libero.
Torvald: – Basta coi paroloni. Anche tuo padre sfoderava sempre frasi del genere. A che mi gioverebbe che tu lasciassi il mondo, come vai dicendo? Proprio a nulla. Egli potrebbe tuttavia propalare la cosa; e se lo facesse, mi si incolperebbe magari di essere stato complice della tua azione criminale. Potrebbero credere ch’io ne sia stato l’ispiratore, l’istigatore. E di tutto questo posso dir grazie a te, a te che ho sempre portato in palmo di mano durante la nostra vita in comune. Ti rendi conto, ora, di quello che hai fatto?
Torvald: – Bisogna ch’io cerchi in qualche modo di tacitare quell’uomo; la cosa deve essere soffocata a qualunque prezzo. In quanto a te e a me, in apparenza tutto deve restare immutato, ma naturalmente solo agli occhi del mondo. Tu dunque resterai qui, s’intende. Ma non sarai tu l’educatrice dei bambini, non oserei affidarteli… Oh, dover dire questo alla donna che ho così intensamente amata, e che ancora … ! No. Tutto questo deve finire. D’ora innanzi non si tratta più della nostra felicità, ma soltanto di salvare i resti, i relitti, le apparenze…

 Ad interrompere la squallida scena, una lettera dell’usuraio che, invaghitosi di un’amica di Nora, rinuncia ai suoi propositi, permettendo a Torvald di rimettersi la sua maschera paternalistica: ora che è ‘salvo’, è pronto a perdonare la moglie, a mettere una pietra sull’accaduto, a riprendere la solita vita, recitando i soliti ruoli.

 Torvald: – Mi hai amato come una moglie deve amare il marito. Soltanto ti è mancato il giudizio necessario nella scelta dei mezzi. Ma credi forse di essermi meno cara perché sei incapace di agire da sola? No, no, appoggiati a me e troverai guida e consiglio. Non sarei un uomo, se appunto questa tua femminile incapacità non ti rendesse ai miei occhi ancor più seducente. Non far caso alle parole dure che ti ho rivolto nel primo sgomento, quando credevo che tutto crollasse intorno a me. Ti ho perdonato, Nora, giuro che ti ho perdonato. Come hai potuto temere che io ti scacciassi o che ti rivolgessi anche un solo rimprovero? Oh, Nora, tu non conosci il cuore maschile. Per un uomo v’è un’infinita dolcezza, un’indicibile soddisfazione nella coscienza di avere perdonato alla sua donna… In tal modo ella diviene per così dire doppiamente sua; come se egli l’avesse ricreata una seconda volta. Ella diventa allora sua sposa e figlia al tempo stesso… io sarò la tua volontà e anche la tua coscienza…

 Ma colei che ha di fronte, la donna dal viso impenetrabile e l’espressione decisa, non è più la sua Nora, il suo scoiattolino, è un essere umano che rivendica il suo diritto a pensare.

 Nora: – Siamo sposati da otto anni. Non t’accorgi che noi due, tu ed io, marito e moglie, oggi per la prima volta stiamo parlando di cose serie?  Mai abbiamo cercato di vedere il fondo delle cose.
Torvald: – Ma, cara Nora, sarebbe forse stata un’occupazione adatta a te?
Nora: – Ecco il punto. Tu non mi hai mai capita. Avete agito molto male, con me, Torvald, Prima il babbo, e poi tu.
Torvald: – Che cosa? Tuo padre ed io… Noi che ti abbiamo amata sopra ogni cosa al mondo?
Nora (scuotendo il capo): – Voi non mi avete mai amata, vi siete divertiti ad essere innamorati di me.
Torvald: – Ma, Nora, che cosa dici mai?
Nora: – Sì, è cosi, Torvald. Quando stavo col babbo egli mi comunicava tutte le sue idee, e quindi quelle idee erano le mie. Se per caso ero di opinione diversa, non glielo dicevo, perché non gli sarebbe affatto piaciuto. Mi chiamava la sua bambolina e giocava con me, come io giocavo con le mie bambole. Poi venni a casa tua…
Torvald: – Ti esprimi in modo strano a proposito del nostro matrimonio.
Nora: – Voglio dire che dalle mani di papà passai nelle tue mani. Tu regolasti ogni cosa secondo i tuoi gusti e così il tuo gusto io lo condivisi. O forse fingevo, non so neanch’io… forse un po’ l’uno e un po’ l’altro, ora questo ora quello. Se ora mi guardo indietro, mi sembra di avere vissuto qui come una mendicante, alla giornata. Ho vissuto delle piroette che eseguivo per te, Torvald. Ma eri tu che volevi cosi. Tu e il babbo siete molto colpevoli verso di me. E’ colpa vostra se io non sono buona a nulla… Ma la nostra casa non è mai stata altro che una stanza da gioco. Qui sono stata la tua moglie-bambola, come ero stata la figlia-bambola di mio padre. E i bambini sono stati le bambole mie.

 Squarciato il velo della finzione, Nora per la prima volta si guarda e, alla luce della consapevolezza, comprende che deve lasciare quella casa, Torvald, i bambini, per intraprendere il lungo viaggio alla scoperta di se stessa e del mondo.

 Torvald: – Oh, è rivoltante. Così tradisci i tuoi più sacri doveri?
Nora: – Che cosa intendi per i miei più sacri doveri?
Torvald: – E debbo dirtelo? Non sono forse i doveri verso tuo marito e i tuoi bimbi?
Nora: – Ho altri doveri che sono altrettanto sacri.
Torvald: – No, non ne hai. E quali sarebbero?
Nora: – I doveri verso me stessa.
Torvald: – In primo luogo tu sei sposa e madre.
Nora: – Non lo credo più. Credo di essere prima di tutto una creatura umana, come te… o meglio, voglio tentare di divenirlo. So che il mondo darà ragione a te, Torvald, e che nei libri sta scritto qualcosa di simile, ma quel che dice il mondo e quel che è scritto nei libri non può essermi di norma. Debbo riflettere col mio cervello per rendermi chiaramente conto di tutte le cose.
Torvald: – E con questa lucidità e sicurezza tu abbandoni tuo marito e i tuoi figli?
Nora: – Sì.
Torvald: – Allora c’è una sola spiegazione possibile.
Nora: – Qual è ?
Torvald: -Tu non m’ami più.
Nora: – Sì, è proprio questo.
Torvald: – E puoi anche spiegarmi come ho perduto il tuo amore?
Nora: – Certo. E’ avvenuto questa sera, quando ho atteso invano il prodigio. Allora ho capito che tu non eri l’uomo ch’io credevo….. Per otto anni, ho atteso pazientemente. Mio Dio, lo capivo anch’io che il prodigio non può capitare come una cosa di tutti i giorni. Poi la rovina piombò su di me; e allora attesi con fede incrollabile. Mentre la lettera di Krongstad era là nella cassetta… nemmeno un istante ho pensato che tu potessi piegarti alle pretese di quell’uomo. Ero convinta che gli avresti risposto: va’ pure e fallo sapere a tutto il mondo. E, quando ciò fosse avvenuto, io ero certissima che ti saresti fatto avanti e, prendendo tutto su di te, avresti affermato sono io il colpevole!
Torvald: – Nora!…
Nora: – Tu vuoi dire che io non avrei mai accettato un simile sacrificio? Certo che no! Ma a che sarebbero valse le mie affermazioni di fronte alle tue? Questo era il prodigio che io aspettavo tra la speranza e l’angoscia. E, per impedirlo, mi sarei tolta la vita.
Torvald: – Sarei felice di lavorare giorno e notte per te, Nora… di sopportare affanni e dolori per amor tuo. Ma nessuno sacrifica il suo onore a quelli che ama.
Nora: – Migliaia di donne l’hanno fatto.
Torvald: – Ah, tu pensi e parli come una bimba incosciente.
Nora: – Può darsi. Ma tu non pensi, né parli come l’uomo a cui potrei rimanere vicina. Quando il tuo timore è svanito… il timore, non del pericolo che mi minacciava, ma di quello che potevi correre tu stesso, quando ogni paura è passata… tu hai fatto come se nulla fosse accaduto; io ero di nuovo, esattamente come prima, la tua lodoletta… in quel momento ho capito d’avere vissuto qui per otto anni con un estraneo e di aver avuto tre figli da lui… Oh, non posso pensarci! Vorrei lacerare me stessa in mille pezzi!
Torvald (tristemente): – Capisco, capisco, Infatti un abisso s’è spalancato fra noi due. Ma, dimmi, Nora, non lo si può colmare?
Nora: – Cosi come sono ora, non posso essere tua moglie…
Torvald: – Io sento in me la forza di diventare un altro.
Nora: – Forse… se ti portano via la tua bambola.

 Fredda e determinata, Nora restituisce a Torvald l’anello nuziale, come simbolo della riconquistata libertà, giacché nulla ella può accettare da un estraneo.

 Torvald: – Nora… non sarò mai più altro che un estraneo per te? Nora: – Ah, Torvald, dovrebbe accadere il meraviglioso, il prodigio… Dovremmo trasformarci tutti e due a tal punto che… Ah, Torvald, io non credo più ai prodigi.
Torvald: – Ma io voglio credere. Dimmi! A tal punto che … ?
Nora: – Che la nostra convivenza diventi un matrimonio. Addio!

 

La RAI mandò in onda quattro edizioni del dramma, affidando il ruolo di Nora a Lilla Brignone, Giulia Lazzarini,
Ottavia Piccolo e Micaela Esdra. Questa che vi propongo è la versione dell’addio di Nora, a mio parere magistrale,
di Giulia Lazzarini.

 Venerdì 2 luglio 1968 incontrai per la prima volta Nora.
Era stata una giornata, per me allora giovanissima, vibrante di eccitazione ed attesa per la consueta serata che la RAI dedicava ogni settimana ai grandi classici del teatro, guidandomi verso sentieri della Cultura in cui non potevo addentrarmi in quanto, nella città in cui allora vivevo, non esisteva un teatro. (Lo so,  pare fantascienza, ma giuro che la RAI davvero allora produceva e proponeva Cultura!)
Sin dalle prime battute, percepii un profondo senso di disagio che si trasformò in profonda ribellione, per il riconoscimento della condizione sociale e culturale, in cui anche io stavo vivendo, dove il maschio (e non l’uomo) possedeva un predominio arrogante e superbo sulla femmina (e non la donna), di cui l’apparente condiscendenza di Torvald e l’umiliante sottomissione di Nora sono la squallida espressione.
L’addio di Nora, dopo la tragica scoperta che la sua vita non appartiene a lei stessa bensì all’Altro, al Burattinaio che regge i fili della sua Marionetta, è quello sussurrato, sibilato, gridato dalla donna di oggi, di cui ella precorre i tempi, che abbandona la casa e la famiglia e va a vivere da sola, pagando il prezzo iniziale della solitudine, pur di potersi ‘trovare’.

 

I brani in corsivo sono tratti da: “Casa di bambola” di Henrik Ibsen, ed. Einaudi, Torino 1963