Cro-Magnon: odissea nella preistoria

“All’alba dell’umanitá, vissero gli uomini di Neanderthal che, durante la lunga era glaciale, abitavano nelle caverne in Europa e nel vicino Oriente. Poi, 35.000 anni fa, apparve un nuovo Popolo, i Cro-Magnon. Per un breve periodo, questi due gruppi si divisero la scena della preistoria. Che cosa avvenne ai Neanderthal è tuttora un mistero. Ma furono i Cro-Magnon che sopravvissero e iniziarono la lunga scalata verso il mondo che ora conosciamo. All’epoca delle grandi montagne di ghiaccio, gli antenati del nostro Popolo seguivano le mandrie in una nuova terra. C’era una bambina fra loro, si chiamava Ayla e le leggende parlano ancora di lei.”

                                                       (Dal film “Cro-Magnon: Odissea nella preistoria”)
                                                                                  

La protagonista del film, tratto dal libro di Jean M. Auel “Ayla la figlia della terra”, la cui storia si snoda lungo l’impervio sentiero dell’evoluzione e della maturazione umana, è una bambina Cro-Magnon che, persi i genitori durante un terremoto, viene ferita da un leone e quindi soccorsa da una tribù di Neanderthal, il Clan dell’Orso delle Caverne, presso il quale vive fino alla sua adolescenza, affrontando varie vicissitudini.
Diversa, sia fisicamente sia psicologicamente, Ayla si scontrerà spesso con la rigidità del Clan, che ne osserva diffidente la corporatura alta e snella, gli occhi azzurri, i capelli biondi e che si ritrae sgomento di fronte alla sua capacità di parlare, di piangere, di ridere.

“Prima che arrivasse il nostro popolo, questa era la terra dei vecchi, il Clan dell’Orso delle Caverne. Quando la terra tremò, molti persero le loro dimore, molti morirono. Ma Brun, il capo, aveva ancora con sé Brud, il figlio della sua compagna, che sarebbe diventato capo dopo di lui. Poi venne Creb, il grande Mog-Ur, lo sciamano storpio, e lza, la guaritrice, sua sorella. Il Clan era debole, senza difese; sapeva che tra poco gli spiriti del vento avrebbero portato la neve e, la neve, la morte… La bambina era una di noi, il nuovo popolo, il primo che il Clan dell’Orso delle Caverne avesse mai visto prima. Essa era la prova dell’esistenza degli Altri, gli strani Altri che minacciavano il mondo, che era sempre stato là, dov’era, e alcuni dissero di essersi rivolti agli spiriti, per farsi aiutare, perché avevano paura”.

Per gli animisti, tutte le cose sono animate da spiriti, o forze buone o forze cattive.
In una società primitiva, l’animismo, inteso come sistema di pensiero, non dà soltanto spiegazione di un singolo fenomeno, ma permette di comprendere il mondo nella sua globalità, come traente origine da un unico punto.
Gli spiriti sarebbero delle anime divenute autonome, cioè scisse dai corpi ed anche le anime degli animali, delle piante, delle cose si sarebbero formate in modo analogo a quelle degli uomini.
La magia, che è governata dal principio dell’onnipotenza del pensiero, costituisce la parte più primitiva ma anche la più rilevante, della tecnica animistica, in quanto tra i mezzi di cui ci si serve per trattare gli spiriti, figurano i procedimenti magici.
Le premesse della magia sono, pertanto, anteriori alla teoria degli spiriti: essa si pone al servizio delle intenzioni più varie e molteplici, poiché serve a sottomettere alla volontà dell’uomo i processi della natura a proteggere l’individuo dai pericoli, a dargli il potere di nuocere ai nemici.
I riti magici sono fatti di tradizione, capaci di produrre qualcosa di diverso dalle convenzioni,’creano’, e sono molto efficaci, sono antireligiosi, irregolari, privati, segreti, misteriosi e, non facendo parte dei culti, tendono ai riti proibiti.
Il mago è l’agente dei riti magici, cui la magia, in molte società, è riservata. Per essere un mago non basta volerlo; lo si diventa: per rivelazione, per consacrazione, per tradizione. Ci sono qualità il cui possesso distingue il mago dall’uomo comune e che sono in parte acquisite, in parte a lui attribuite, in parte da lui effettivamente possedute: lo sguardo vivo e penetrante, l’eccitabilità, la destrezza di mano, le conoscenze fuori del comune, l’eventuale deformità ed anche la femminilità; tali qualità sono dei poteri e conferiscono dei poteri. Ciò che tocca l’immaginazione è la facilità con cui il mago realizza tutto ciò che vuole. Ha poteri sulle cose, ma anche su se stesso e può sfruttare le paure collettive per esercitare il controllo sociale. L’anima del mago è essenzialmente mobile, separabile dal corpo e si libera dietro suo ordine, cosi, ogni individuo che abbia il potere di esalare la propria anima è un mago. Questa anima è il suo doppio, il che significa che non è una porzione della sua persona, ma la sua persona stessa.
Un esempio di questo aspetto della magia è la figura dello sciamano presso i popoli primitivi. Mediante la sua capacità di riconoscere, nella trance,’il mondo dietro le cose’ e attraverso la sua immaginazione, nei viaggi dell’anima, lo sciamano entra in contatto con gli spiriti, ricerca le forze costruttive e si sforza di tenere in pugno quelle distruttive. Per far fronte alla paura delle potenze sovrumane, gli sciamani possono contare sui loro spiriti protettori, generalmente degli animali: l’animale-totem è il più stretto e fidato compagno dello sciamano. Comparendogli in sogno, per comunicargli la sua vocazione e dotarlo di forze sovrannaturali, l’animale gli dà una certa parola o una melodia, mediante la quale potrà averlo al suo fianco, quando avrà bisogno di aiuto. Lo sciamano è, dunque, il tramite tra i membri dei Clan, le forze della natura e gli spiriti.
Anche i singoli membri del Clan hanno diritto ad un animale-totem, che ha un alto valore simbolico per loro stessi, per la famiglia, per gli amici ed anche per i nemici.
La paura dello straniero era molto forte, presso i popoli primitivi, egli rappresentava un presagio di sventura e sovente fungeva da capro espiatorio, nel caso in cui gli spiriti avessero inviato segni nefasti ed anticipatori di calamità.

“I giorni passavano ed essi non avevano trovato una caverna. Molti nel Clan erano certi che era stato qualche spirito malvagio a fare trovare la piccola Ayla sul loro cammino. Lei era una degli Altri e avrebbero dovuto lasciarla morire. Era questo che la ‘memoria’aveva detto loro, erano le ‘memorie’ che governavano il Clan, l’antica conoscenza con la quale tutti erano nati… I Membri del Clan vivevano alla luce di una tradizione immutabile. Ogni aspetto della loro vita, dell’epoca in cui nascevano fino a quando venivano chiamati nel mondo degli spiriti, era circoscritto al passato. Erano lenti ad adattarsi. Le invenzioni erano casuali e spesso non utilizzate. Se qualcosa di nuovo accadeva, poteva essere aggiunto al loro patrimonio di informazioni, ma il cambiamento veniva realizzato solo con grande sforzo e, una volta che era loro imposto, seguivano il nuovo corso inflessibilmente. Diveniva troppo arduo modificarlo ancora”.

La tradizione della sua cultura prescrive all’uomo ‘cosa’ e ‘come’ egli deve apprendere e gli vengono poste rigide limitazioni su ciò che non ‘deve’ apprendere.
Ogni accumulo di sapere si fonda sulla formazione di strutture rigide, che possono essere ereditate di generazione in generazione, solo se dotate di un’invarianza relativamente alta.
Nonostante ogni deviazione da un modulo comportamentale sperimentato, sia percepito come sgradevole ed inquietante, la nascita del sapere umano può progredire solo a patto di demolire, passo dopo passo, elementi già assimilati, già conosciuti, per lasciare il posto a qualcosa di nuovo e superiore.
La paura di essere travolti dal flusso storico delle situazioni è un aspetto della paura dell’ignoto, che pervade l’essere umano da sempre. Lo scopo di alcune difese, come le stereotipie e il conformismo, è quello di fornire delle nicchie protettive, entro le quali sia possibile evitare i rischi del divenire. Adottando comportamenti stereotipati, ossia ripetendo uno stesso ciclo di atti, come quelli di un gruppo impegnato nei rituali collettivi, si cerca di immobi1izzare il flusso degli eventi, di controllare la realtà, di sopprimere il rischio del nuovo.
Ne deriva la delega delle responsabilità dei propri comportamenti agli altri, una riduzione dell’osservazione, dell’apprendimento, dell’immaginazione, la rinuncia ad un rapporto vivo col mondo: una parziale ‘pietrificazione’.

Consapevoli che dalla diversità possono scaturire eventi e situazioni straordinarie, sia pure dolorose, solo due persone accolgono Ayla senza riserve: lza, la guaritrice, con sollecitudine ed affetto cura le ferite infertele dal leone e la accetta come sua discendente, insegnandole l’arte della medicina; Creb, lo storpio e potente sciamano, ne intuisce l’acume e le eccezionali potenzialità e la ama come la figlia che la sua deformità gli ha impedito di avere.

“Ayla cercava di essere una bambina del Clan, ma sapeva che per molti costituiva una minaccia per le antiche usanze immutabili… Lei non aveva ancora un animale-totem che la proteggesse e soltanto Creb conosceva la magia per trovargliene uno… Dopo che Creb ebbe annunciato che era il leone delle caverne l’animale-totem di Ayla, lza pensò che un giorno lei e Creb non ci sarebbero più stati e che, senza di loro, Ayla sarebbe rimasta sola e così le insegnò la magia della guarigione, per darle un posto nel Clan, quando fosse giunto quel giorno.”

Col trascorrere delle stagioni, Ayla comincia ad essere accettata dai membri del Clan, fatta eccezione per Brud, il futuro capo: “Il suo odio era l’odio del vecchio per il nuovo, del tradizionale per l’innovatore, del moribondo per il vivo e vitale…”

La sua insaziabile curiosità, l’intelligenza viva e penetrante la inducono a spiare le attività venatorie maschili, a costruirsi una fionda e, infine, dopo mesi di allenamento, a cacciare, sfidando le leggi e violando il tabù. Durante una battuta di caccia, una iena attacca uno dei bambini ed Ayla, automaticamente, quasi il fardello del suo segreto fosse troppo gravoso da sopportare, la uccide, battendo in velocità ed abilità Brud, ma offrendogli un valido pretesto per vendicarsi.
Ayla ha osato trasgredire l’atavica legge del Clan: a qualsiasi donna usi un’arma, non può toccare una punizione inferiore della morte.

“…la maledizione di morte, la punizione suprema, che veniva inflitta ai membri del Clan che commettevano un grave crimine. Soltanto un capotribù poteva ordinare ad un Mog-Ur di invocare gli spiriti maligni ed esprimere una maledizione di morte. Un Mog-Ur non poteva rifiutarsi di fatto, benché fosse pericoloso per se stesso e per il Clan. Una volta maledetto, nessun membro del Clan si rivolgeva allo sciagurato, egli non esisteva più, era come morto. .. Qualcuno, abbandonato dal Clan, non era mai stato più rivisto. Ma, per lo più, costui smetteva di mangiare e di bere, facendo così diventare realtà la maledizione, nella quale anch’egli credeva. Di tanto in tanto, questa maledizione poteva essere imposta per un periodo limitato nel tempo, ma anche in quel caso, era spesso fatale poiché il malcapitato rinunciava a vivere per tutta la durata della punizione. Ma, se sopravviveva ad una maledizione limitata, veniva riaccettato nel Clan come membro a pieno titolo, riacquistando il suo rango precedente”.

Il tabù è il più antico codice non scritto dell’umanità; più antico degli dei, precede nel tempo ogni religione, in luogo della quale troviamo il totemismo, un sistema al contempo religioso e sociale.

Le restrizioni che nascono dal tabù sono diverse da quelle di carattere morale o religioso; non sono fatte risalire ad un comandamento divino, si impongono da sole; non hanno alcuna spiegazione e, incomprensibili per noi, appaiono del tutto naturali a coloro che ne sono dominati.
La tribù si sottomette ai divieti in modo spontaneo, perché è convinta che la trasgressione attirerebbe, automaticamente, gravissimi castighi su tutti loro. La pena per la violazione di un tabù viene lasciata ad una disposizione interiore; il tabù violato si vendica da sé:’chi ha calpestato un tabù, diviene egli stesso tabù’, poiché possiede la pericolosa capacità di indurre gli altri a seguire il suo esempio, risveglia l’invidia, diviene contagioso e deve, pertanto, essere evitato. Ayla, colpita dalla maledizione di morte temporanea, solo in virtù del fatto che il suo intervento ha salvato la vita di un bambino, è costretta a vivere fuori della caverna, sola, per la durata di un’intera luna.

“Ayla si gettò alla cieca, giù per il pendio e si inoltrò nella foresta, scossa da singhiozzi di dolore e di desolazione. Non vedeva dove andava e non gliene importava. I rami si protendevano ad impedirle il cammino, ma lei vi si tuffava in mezzo, graffiandosi le braccia e le gambe. Attraversò una gelida pozza d’acqua, ma non si accorse di avere i piedi fradici, intorpiditi, finché non inciampò su un tronco e cadde per terra. Rimase sul suolo umido e freddo, desiderando che la morte arrivasse presto a liberarla dalla sua disperazione. Non aveva più nulla. Né famiglia, né Clan, né ragione di vivere. Era Morta, avevano detto che era morta. Mancò poco che il suo desiderio fosse realizzato. Persa nel suo mondo di desolazione e di paura, non aveva toccato né cibo né acqua, per oltre due giorni, da quando era tornata dalla caccia. Non aveva nessun indumento caldo addosso, i piedi le dolevano per il freddo… Ma qualcosa in lei, era più forte del suo desiderio di morire, quello stesso impulso che l’aveva spinta a vagare, tanto tempo prima, quando un devastante terremoto aveva strappato alla bambina di cinque anni amore, sicurezza e famiglia. Una volontà indomabile di vivere, un irriducibile istinto di sopravvivenza che non l’avrebbe mai lasciata, finché non avesse avuto un barlume di vita”.

Ayla trae da se stessa la forza per sopportare l’angoscia della solitudine: attendendo ai suoi stessi bisogni, procurandosi un riparo, del fuoco, del cibo, contando i giorni, incidendo delle tacche su un bastone, come le aveva insegnato Creb.
Al suo rientro, i membri dei Clan sono sopraffatti dallo stupore, perché mai hanno conosciuto qualcuno sopravvissuto alla maledizione di morte, e la considerazione delle qualità eccezionali di Ayla spinge Brun, il capo, a chiedere al Mog-Ur una cerimonia che la consacri ‘donna-che-caccia’.
La vita sembra riprendere il suo solito ritmo, scandito dalla raccolta delle erbe medicinali, nell’esercizio dal suo antico ruolo di guaritrice, e dalla ricerca della selvaggina, in quello nuovo di cacciatrice. L’odio e il desiderio di vendetta inducono Brud alla violenza su quella ‘femmina insolente’, come se possedendola fisicamente potesse piegare e dominare, non solo la sua volontà, ma anche la sua stessa essenza.
L’esito di quella violenza è un figlio, Durc, che la ragazza accoglie con amore e circonda di tenere cure, vincendo ancora una volta, con coraggio e determinazione, la riluttanza del Clan verso un bambino di ‘spiriti misti’.
Purtroppo, quando Brud, nominato capo, ordinerà contro di lei al nuovo Mog-Ur, succeduto all’ormai vecchio Creb, la maledizione di morte permanente, sarà costretta ad abbandonare, e stavolta per sempre, suo figlio ed il Clan dell’Orso delle Caverne, continuando la sua lunga odissea, alla ricerca dei suoi simili, gli Altri, e di qualcosa che dentro di lei ha più volte, oscuramente avvertito, ma che ancora le sfugge.

“Ayla puntò direttamente verso Brud e si erse in tutta la sua altezza davanti a lui… Lei lo stava guardando dall’alto basso, e non rannicchiata ai suoi piedi, come era tenuta a fare una donna…Non sono morta, Brud. Non morirò. Tu non puoi farmi morire Puoi costringermi ad andarmene, puoi portarmi via mio figlio, ma non puoi farmi morire!
… L’ultima cosa che Ayla udì, mentre scompariva al di là della cresta spezzata, fu il lungo gemito di Durc”.

Ayla è l’espressione personificata dell’umana ambivalenza tra l’atavica paura dell’ignoto e la curiosità esplorativa, tra la richiesta di protezione e la ricerca del rischio: atteggiamenti opposti ma universali, archetipi che affiorano dalle profondità dell’inconscio.

Anno 1986
Regia: Michael Chapman.
Sceneggiatura: John Sayles
Musica: Alan Silvestri
Cast
Daryl Hannah: Ayla
Pamela Reed: Iza
James Remar: Creb
Thomas G. Waites: Broud
John Doolittle: Brun
Lycia Naff: Uba
Rory L. Crowley: Durc

Bibliografia

J. M. Auel “Ayla la figlia della terra”, Milano 1986, ed. Longanesi

J. M. Auel “Gli eletti di Mut”, Milano 1987, ed. Longanesi

J. M. Auel “La valle dei cavalli”, Milano 1988, ed. Longanesi

M. Mauss “Teoria generale della magia”, Torino 1971, Torino 1965, ed. Einaudi

S. Freud “Totem e tabù”, Milano 1975, ed. Garzanti

K. Lorenz “L’altra faccia dello specchio”, Milano 1974, ed. Adelphi

A. Oliviero Ferraris “Psicologia della paura”, Torino 1980,
ed. Universale scientifica Boringhieri

G. Cramer “Alla ricerca dell’anima perduta”, Rivista Psicologia contemporanea
Anno 1987, N.80