Il danno

“L’angoscia d’amore é la paura di una perdita che è già avvenuta, sin dall’inizio dell’amore, sin dal momento in cui sono stato stregato. Bisognerebbe che qualcuno potesse dirmi: non essere più angosciato, tu l’hai già perduto.” (Roland Barthes).

 

 

Stephen Martin, il protagonista de: “Il danno” il film di Louis Malle, tratto dall’omonimo romanzo di Josephine Hart, è un medico ed un uomo politico affermato, un marito esemplare, padre di un figlio e di una figlia, è ‘uno che ha fatto la sua parte’ e che, grazie al favore della sorte, ha fornito una buona rappresentazione sul palcoscenico della vita, senza passione o arte, ‘forse perché la passione nasce solo quando la volontà incontra degli ostacoli’ e l’arte scaturisce spesso dalla passione.
La sua infanzia, la sua adolescenza e parte della sua giovinezza sono state dominate dal padre, uomo dal carattere forte e dalla volontà incrollabile, il quale era solito dirgli: “Decidi quello che vuoi fare e fallo”; ogni volta che Stephen compie una scelta, ogni volta che gli sembra di realizzare una sua ambizione, reprime l’impressione di perseguire comunque gli scopi paterni.
Dall’egida del padre passa a quella del suocero: “dopo anni passati a badare attentamente ad ogni mossa che facevo per non essere dominato da mio padre, mi scoprivo ora in procinto di iniziare una vita completamente nuova, perché mio suocero con le sue lusinghe mi aveva convinto a fare quel passo.”

Stephen decide quindi di presentarsi come candidato del partito conservatore, allo stesso modo in cui ha deciso di fare il medico generico: senza sforzo, con una sorta di integrità permeata di conformismo, caratterizzata dall’assoluto disinteresse per il potere personale, ma senza l’incisività di un’ambizione arrogante, accurato e competente ma esente da emozioni o estremismi pericolosi. D’altra parte, anche la sua vita intima scorre sugli stessi binari di una tranquillità senza misteri né intemperanze e perfino la bellezza di sua moglie è piacevole ed armoniosa: “non c’era nulla, in lei, che stridesse o mi facesse soffrire” così come non ci sono domande la cui risposta anela da lei. La loro serenità familiare è quella di chi non ha mai conosciuto né dolore né ansia, ma che ha organizzato la sua esistenza con intelligenza e determinazione, seguendo uno schema preciso, affettuoso ma prudente, inserito in un panorama elegante, scandito da un ritmo piacevole. E’ in questo quadro, dipinto senza l’ombra di una sbavatura e incorniciato meticolosamente al fine di contenere perfino la sottile invidia di un eventuale osservatore, che compare Anna Barton.

“Una strana calma m’invase. Mandai un respiro profondo, come se ad un tratto avessi cambiato pelle… L’impressione di avere incontrato qualcuno che conoscevo mi era passata attraverso il corpo come una scossa elettrica. Per un attimo, un attimo solo, avevo incontrato uno come me, un altro della mia specie. Ci eravamo riconosciuti… Mi ero sentito a casa mia… Ero come un viaggiatore sperduto in un paese straniero che ad un tratto ode non soltanto la sua lingua natia, ma il dialetto che parlava da bambino. Non si chiede se la voce è quella di un nemico o di un amico, si precipita solo verso il suono che gli ricorda la sua casa. La mia anima si era gettata su Anna Barton. E io credevo che, in una questione cosi privata tra me stesso e Dio, mi sarebbe stato possibile lasciarla correre avanti, senza timori di danni al cuore o alla mente, al corpo o alla mia vita. E in questo sostanziale malinteso che inciampano molte esistenze. Nell’idea completamente sbagliata che tutto sia sotto controllo. La superficie rimaneva calma, ma il terreno cominciava ad essermi meno fermo sotto i piedi. Stava venendo in luce una pecca tenuta nascosta per molto tempo. Un tremito mi scosse, brevissimo e quasi impercettibile, che quasi non meritava di essere notato. Ma così intenso fu il dolore che mi attraversò, che compresi di avere già subito un danno vero e proprio. Non avrei saputo dire quale danno, o se mi sarei ripreso, o quanto tempo ci sarebbe voluto. Basti sapere che ero meno l’uomo che ero stato e più me stesso… un nuovo e strano me stesso”

Stephen, che fino a quel momento è stato così abile nel contenere le emozioni, potrebbe, in quel primo attimo di consapevolezza, “scegliere di andare o stare, senza soffrire”, forse potrebbe… se una parte di lui non bramasse tanto la passione che altrettanto teme, se sua moglie non fosse così lontana nella sua fresca perfezione, se Anna Barton non avesse un vissuto tanto tragico alle spalle e, soprattutto, se non fosse la fidanzata di suo figlio Martyn, se la situazione non fosse così profondamente trasgressiva.

“Ma Anna l’avevo incontrata. E non era stato possibile fare diversamente. E avevo aperto la porta, ed ero entrato nella mia cripta segreta… Essere fatti vivere da un’altra persona, come lo fui io da Anna, porta a strani, impensati bisogni. Respirare divenne più difficile senza di lei. Letteralmente, mi sentivo nascere. E poiché la nascita è sempre violenta, non cercai mai, né trovai mai la dolcezza.”

La nostra maturità dovrebbe coincidere con l’abbandono di meccanismi di difesa estremistici, ma Stephen non l’ha mai raggiunta.
Aprendo quella porta, si è spogliato della corazza che fino a quel momento gli aveva concesso di negarsi l’esistenza della cripta. Travolto dal tumulto di emozioni da sempre contenute, soggiogato dal potere di sensazioni violente ed aspre, ha preteso “il suo paradiso in terra” rifiutandosi “di negare la possibilità di esistere a questa unica chance in tutta l’eternità”. L’abitudine all’ottemperanza delle norme sociali, lo spinge a progettare il divorzio della moglie, certo che Anna lascerebbe Martyn per vivere con lui, ma lei lo disillude immediatamente, comunicandogli, anzi, di avere l’intenzione di sposarlo al più presto, ma anche di continuare la loro relazione: “tu da me potrai avere per sempre ciò che vuoi. Ciò che tu vuoi, lo voglio anch’io… siamo fatti per ciò che abbiamo già… la costante soddisfazione del nostro bisogno reciproco… quella che esiste tra noi esiste in una sola dimensione. Sforzarsi d’inserirlo in una vita normale ci distruggerebbe entrambi. Tu non mi perderai mai, finché vivo”.
Come Narciso, è determinata a non separarsi dalla sua immagine e, di conseguenza, a non confrontarla con altre immagini, con altri volti: “so sempre riconoscere le forze che plasmeranno la mia vita. Lascio che facciano il loro lavoro. A volte investono la mia vita come un uragano. A volte mi spostano semplicemente la terra sotto i piedi, cosicché mi ritrovo in un luogo diverso, e qualcosa o qualcuno è stato inghiottito. Ritrovo l’equilibrio, durante il terremoto. Mi sdraio, e lascio che l’uragano passi sopra di me. Non combatto mai. Dopo mi guardo intorno e dico: – Ah, dunque mi resta almeno questo. Ed è scampata anche quella persona cara.- Sulla tavola di pietra del mio cuore incido silenziosamente il nome che se ne è andato per sempre. E’ una cosa straziante. Poi riprendo la mia strada”.

E Stephen non può fare a meno di ricordare l’avvertimento di Anna, durante uno dei primi incontri: “Ho subito un danno. Le persone danneggiate sono pericolose. Sanno di poter sopravvivere… E’ la sopravvivenza che le rende tali… perché non hanno pietà. Sanno che gli altri possono sopravvivere, come loro.”

La tragicità dell’emozione può spingerci a compiere le azioni più indegne, ma, come diceva Jung, le azioni più indegne ci permettono di sopravvivere e, spesso, è da questa lotta che si evolve la coscienza.
E’ nel passato di Anna che occorre scavare, per comprendere e spiegare la sua consapevolezza di non essere mai totalmente travolta dagli avvenimenti e di sopravvivere a qualunque uragano. In una lettera a Stephen, Anna racconta la mappa di quel suo passato. Da bambina ha viaggiato moltissimo e la necessità di cominciare ogni volta in scuole nuove, con nuovi amici e lingue sconosciute, la induce a sentire la famiglia come l’unica costante ed a vivere intensamente il legame col fratello Aston, “Non puoi immaginare cosa significhi una simile intimità, Quando comincia cosi presto, vedi il mondo, sempre ed in ogni modo, attraverso la lente di due anime gemelle. Quando eravamo molto piccoli, avevamo la stessa camera da letto. Ci addormentavamo l’uno nel respiro dell’altra, e con le ultime parole dell’altro nelle orecchie… Il mondo eravamo Aston ed io.”

Nell’adolescenza, i due ragazzi sono costretti a separarsi, per frequentare le scuole e, mentre Anna si adatta abbastanza facilmente al nuovo ambiente, Aston si rinchiude sempre di più in se stesso; l’angoscia della perdita lo induce a credere che lei sia la sola che lui possa amare e, durante una vacanza, le dice: – Mi manchi sempre di più. Non vedo come possa condurre una vita separata dalla tua. Ma devo. Non ho speranze di un’altra vita, no?… Abbiamo avuto la nostra ultima estate. Non credo di avere molta più simpatia per questo mondo. – e una sera entra nel suo letto e giace con lei “… Un piccolo movimento, una carezza fuggitiva e mi trovai il suo seme sullo stomaco. Pianse… Seme e lacrime. Per me sarebbero stati sempre i simboli della notte.”

Il giorno seguente, dopo averla vista baciare l’amico Peter, Aston esplode in una terribile scena di gelosia e spinge Anna a chiudersi a chiave nella stanza. Per gran parte della notte, il ragazzo, dietro quella porta ostinatamente chiusa, implora il suo perdono, sussurra la sua disperazione e la sua condanna. Il mattino dopo, Aston viene trovato nella vasca da bagno con i polsi tagliati e il collo squarciato: “sembrava un pallido bambolotto, che non era morto, ma che non era mai stato vivo’. Anna prende lo sgabello e si siede di fianco alla vasca, cullandogli la testa fra le braccia, fino a che non la trascinano via, la camicia intrisa di sangue, l’espressione vuota negli occhi.”

Dopo quella tragica notte si rivolge a Peter, chiedendogli di fare l’amore con lei, scoprendo, con assoluta certezza, che sarebbe sopravvissuta. “Generalmente si ama la vita più dell’amore più sacro. In questa consapevolezza, sta il principio della nostra crudeltà e della nostra sopravvivenza. Aston aveva amato me più della vita stessa. Quella era stata la sua rovina.”

‘Agire’ la fantasia incestuosa equivale a minare la possibilità di vivere le pulsioni a livello simbolico, giacché l’individuo è costretto ad affrontare un conflitto morale che trascende la possibilità di elaborazione. L’esperienza dell’incesto può provocare una scissione psichica devastante, dove l’elemento affettivo viene scisso da quello istintuale, ed è quindi indispensabile una coscienza molto evoluta per sopravvivere.

Neppure dopo aver letto la lunga lettera di Anna, Stephen prende coscienza della pericolosità della situazione; anzi, mettendo ancora una volta in atto il meccanismo di negazione, come gli è usuale per rendersi cieco nei confronti di una realtà sgradevole, considera il piano di Anna “puro e perfetto, nessuno avrebbe sofferto. Le cose, in superficie, potevano rimanere esattamente com’erano… Dopotutto, io avevo vissuto una vita che per me non era mai stata reale. Potevo senza dubbio continuare a recitare, ora che avevo finalmente una vita vera. Quella che mi aveva dato Anna.”

Il senso della pienezza è legato alla presenza ed ogni minaccia che voglia privarlo di quella presenza è il terrore del vuoto, della morte psichica ed affettiva: l’incontro emotivo à stato cosi prodigioso che solo attraverso esso egli sente di esistere. Quando, nell’amore passionale, si ha la sensazione di avere immolato la vita al nostro partner e di ricevere da questi il senso dell’esistenza, il nostro narcisismo e la nostra autostima raggiungono l’apice. Ogni partner ricerca nell’altro la completezza del proprio essere, forse perché il rapporto si fonda spesso più sulla diversità che non sulla somiglianza.

Anna, insofferente ad ogni forma di possessività, che indubbiamente le ricorda il fratello, pretende di non cambiare il suo modo di vivere: “Ho delle promesse da mantenere. Dei debiti da pagare. Nessuno può costringermi a cambiare queste cose… Martyn mi lascia vivere… una pretesa non da poco. Finora, è l’unico che abbia potuto soddisfarla.”

Infatti, egli è l’unico ad avere intuito in Anna quella pretesa di essere sempre legata a tutti coloro che ama, fino al punto di accettare la presenza nella sua vita, come una costante, di Peter, il suo primo amore: non si rifiuta di affrontare la realtà su di lei. Ma non è questo il solo motivo che spinge Anna a fissare la data delle nozze. Martyn, così somigliante ad Aston, sembra fornirle la possibilità di appagare un ancestrale bisogno, proprio come il rapporto con Stephen le ripresenta le sensazioni violente e perturbanti del suo passato, che Anna ricerca coattivamente ricreando nelle situazioni ambigue da lei stessa inconsciamente provocate, ricostruendo quel palcoscenico ove recitare un ruolo che, nel contempo, appaghi e plachi l’antico desiderio.

Nella coazione, un soggetto tende a ripetere un comportamento o una situazione o un affetto, insistentemente, come se fosse una necessità psichica che, sebbene confusamente, consenta un ritorno al passato. Le ripetizioni sono inconsce e, poiché la persona ne prende le distanze, le percepisce come nuove: se una richiesta si ripresenta, significa che non è stata soddisfatta e, pertanto, viene cosi fortemente investita da ripresentarsi ancora e ancora, nonostante possa essere avvertita come incomprensibile od assurda per il senso comune.

Anna e Stephen, immemori di ogni senso etico, vivono in una dimensione che sembra porsi al di là del bene e del male, nutrendosi della contrapposizione trasgressiva alla norma sociale senza remore né freni, sfidando e violando regole e tabù, fino al tragico epilogo.
“Quando la porta si aprì per farlo passare, per un attimo fui l’unico a vedere Martyn. Con dita frenetiche, estirpai il silenzio dalle nostre orecchie. Anna gridò: – Che c’è, che c’è? – Le strappai il nastro dagli occhi e in un attimo lo sentimmo mormorare: – Impossibile. Impossibile. Possibile. – Inquadrato nel vano della porta, sembrava che ondeggiasse avanti e indietro nell’angusto pianerottolo. Mi alzai per aiutarlo. Levò le braccia sopra la testa come per parare un colpo terribile. Poi, come un bimbo che rincula passo passo, meccanicamente, davanti ad una dimostrazione di inaudita malvagità, e fissando in pieno il viso di colui che lo aveva distrutto, precipitò in silenzio oltre la ringhiera, per andare incontro alla morte sul marmo del pavimento sottostante.”
Tradito, sbalestrato, e non soltanto metaforicamente, dal suo baricentro, senza difesa alcuna da quel dolore insostenibile, per Martyn l’annientamento è tale che, forse inconsciamente, non consente nemmeno la sopravvivenza del suo corpo fisico.

La pulsione segue il suo destino, ineluttabile, e la storia coattivamente si ripete: Martyn morto, proprio come Aston, ed Anna che, come allora, si allontana e si rivolge a Peter. Sarà proprio questi a spiegare a Stephen come sia impossibile per la donna continuare la loro relazione, e non per rimorso o senso di colpa, ma perché “…è solo adesso che finalmente ha detto addio ad Aston. Anna mi ha parlato della sua relazione con lei. Lei faceva parte del processo di guarigione. Ne era una parte di vitale importanza. L’estremo limite che avete raggiunto era, come posso dire, un viaggio che lei ed Anna eravate destinati a fare insieme. Ma un viaggio che ora è finito. Finito. A questo punto, almeno, è finito per Anna.”

Nell’ultima lettera di lei Stephen legge il suo destino.
“Devo togliermi dalle tue mani. Ritornare in possesso di me stessa. Sono stata un dono fatale. Sono stata il dono del dolore che cercavi ansiosamente, la massima ricompensa del piacere. Benché avvinti in un selvaggio minuetto, ci siamo librati nello spazio, liberamente, chiunque e qualunque cosa fossimo o fossimo destinati ad essere. Come creature venute da un altro mondo, abbiamo trovato in ogni passo la lingua del nostro pianeta perduto. Tu avevi bisogno del dolore. Era il mio dolore che agognavi. Ma anche se adesso non ci credi, la tua fame è saziata in pieno. Ricorda, ora hai il tuo dolore. Sarà ‘tutto, sempre’. Anche se tu mi trovassi, io non ci sarei. Non cercare una cosa che hai già. Anche le ore e i giorni che ci sono stati concessi, e che ora sono finiti per sempre, sono tutto, sempre.”

Tutti gli anni di sereno distacco non l’hanno certo preparato ad affrontare questo tormento: Stephen si ritira dal mondo, rifugiandosi in una stanza tutta bianca, dove riesce a continuare a vivere ed a non sentirsi solo, nella muta contemplazione di una foto di Anna. Ma come tutto sia veramente, ineluttabilmente finito, lo comprende solo tre anni più tardi, al terminal di un aeroporto, allorché vede Anna, incinta, con un bambino per mano e Peter al suo fianco.
L’intensità della disperazione è pari a quella dell’esaltazione amorosa, vissuta fino ad un attimo prima, entrambe assolute, irrevocabili.
Incapace di far scaturire dalla ferita narcisistica la possibilità di una spinta evolutiva, che lo affranchi dal meccanismo di idealizzazione e lo conduca alla maturazione emotiva, Stephen rinuncia alla ricerca della sua identità e si consegna alla morte psicologica ed affettiva.

“Mentre muoio, forse anni prima che l’idiota meccanismo del mio corpo finalmente si arrenda, mormoro a me stesso ‘almeno adesso sono certo della verità’. Per quelli di voi che ne dubitano: questa è una storia d’amore. E’ finita. Altri saranno più fortunati. Auguro loro ogni bene.”

 Anno 1992
Regia: Louis Malle
Sceneggiatura: David Hare
Musica: Zbigniew e Preisner
Cast
Jeremy Irons: Stephen Fleming
Juliette Binoche: Anna Barton
Miranda Richardson: Ingrid Fleming
Rupert Graves: Martyn Fleming
Peter Stormare: Peter Wetzler

 

Bibliografia

C. Oliver “I figli di Giocasta” Astrolabio, Emme Edizioni, Milano 1981

R. Barthes : “Frammenti di un discorso amoroso”, Einaudi, Torino 1979

O. Fenichel: “Trattato di psicoanalisi”, Astrolabio, Roma 1951

C. David: “La dimensione amorosa”, Liguori, Napoli 1982

A. Carotenuto: “Amare tradire”, Bompiani, Milano l992

A. Freud: “L’Io e i meccanismi di difesa”, Martinelli, Firenze 1967

S. Freud: “Metapsicologia”, Boringhieri, Torino 1978

A. Lowen: “Il narcisismo”, Feltrinelli Milano 1985

I brani in corsivo sono tratti da: “Il danno” di Josephhine Hart,
ed. Feltrinelli Milano 1991