La fatica di crescere: il distacco

Attaccamento e perdita sono due poli dell’esperienza che più profondamente agiscono nella formazione dell’individuo. Nell’infanzia, ancor più che nella vita, fra i bisogni umani fondamentali, oltre all’alimentazione, è essenziale avere una fonte di sostegno e di protezione.

Nelle società primitive, i bambini piccoli trascorrono molto tempo sulle spalle della madre o delle altre donne della tribù e questo dimostra che l’attaccamento all’adulto, e l’angoscia che deriva dal distacco, è una forma di comportamento sociale utile alla specie, che si é rinforzata attraverso i meccanismi evolutivi e la trasmissione culturale.

Poiché l’attaccamento è una pulsione primaria, la separazione e la perdita sono motivo di profondo dolore da cui possono scaturire effetti patologici, cagionati da una rottura troppo precoce dei legami naturali.

La paura di perdere l’oggetto libidico è la principale forma d’ansia, nel primo anno di vita del bambino, e può riguardare anche la separazione da persone che hanno stabilito con lui rapporti sociali interattivi e alle quali egli è legato affettivamente. Anche nelle persone adulte l’essere solo suscita sensazioni sgradevoli e dolorose, perché rappresenta un forte rischio, sia fisico sia psicologico, benché la solitudine ‘emotiva’ sia ben più penosa di quella ‘sociale’, ossia dell’isolamento conseguente l’allontanamento dalla comunità.

Nell’esistenza dell’uomo si avvicendano tante, successive nascite: quando da bambino incomincia a camminare, ampliando per la prima volta il suo orizzonte; quando dall’ambiente familiare si inserisce in quello scolastico; quando nell’adolescenza scopre il mondo e si svincola dai legami affettivi della famiglia; quando affronta la vita lavorativa, lasciandosi per sempre alle spalle la prima gioventù e divenendo adulto.

Ognuna di queste situazioni rappresenta una difficoltà, che viene affrontata con inquietudine e, talvolta, con dolorosa pena; ogni volta, l’ignoto si annuncia e l’essere umano inciampa in nuovi ostacoli, costretto ad assolvere ad altri compiti, ad iniziative e responsabilità personali: solo, privato del sostegno della consuetudine e della protezione affettiva, che aveva caratterizzato lo stadio precedente. La titubanza e le reazioni emotive intense sono l’espressione delle difficoltà incontrate in tali situazioni, dei tentativi attuati per sottrarsi all’affanno che le inevitabili prove ci costringono ad affrontare.

L’elemento che questi passaggi hanno in comune, al punto da poterli considerare tante nascite successive, è dato dalla perdita improvvisa o dal distacco ineluttabile da un oggetto libidico, da cui il soggetto si attende affetto e protezione, e scaturisce da un evento primordiale: l’angoscia che il lattante subisce quando vive l’assenza o l’allontanamento dalla madre, che lo precipita in un baratro di sofferenza e di desolante solitudine e in cui avverte dolorosamente la sua incapacità di appagare i propri bisogni.

In un processo evolutivo normale, si ha una trasformazione graduale dallo stato di completa dipendenza dalla madre ad uno di sempre maggiore autonomia, caratterizzato dalla crescente fiducia in se stessi. Pertanto, se è vero che la dipendenza è totale nelle prime fasi dell’esistenza, è pure vero che essa diminuisce col tempo: l’instaurazione del rapporto oggettuale, che pone fine al regime di ‘unità a due’, segna il passaggio dalla passività all’attività nell’espressione emotiva.

Anche il gruppo è, o dovrebbe essere, soltanto una soluzione provvisoria. Attraverso gli altri, l’adolescente ha preso coscienza di sé, delle proprie possibilità e del proprio valore: è in se stesso che ricerca, oramai, la propria ragione d’essere.

L’aggregazione ad un gruppo consente, all’inizio, un normale stimolo evolutivo, ma può diventare nociva, alienante, uno stratagemma per sfuggire alle responsabilità, e la sottomissione all’ideale collettivo può implicare la rinuncia ad ogni iniziativa e riflessione personale.

Attraverso il processo che pone ordine all’ambiente sociale, (‘categorizzazione sociale’), le persone si aggregano in modo proficuo e significativo per l’individuo, aiutandolo a strutturare e a comprendere l’ambiente e, poiché l’identità sociale è anche la consapevolezza di appartenere ad un gruppo, ne consegue che un individuo tende a rimanere membro di quel gruppo fino a quando questo contribuisce a stabilire un’identità sociale positiva: in caso contrario, se gli sarà possibile, tenderà a lasciarlo. L’abbandono momentaneo o definitivo delle antiche identificazioni crea un vuoto e lascia l’adolescente emotivamente disorientato e spaventato. Per scoprire se stesso, egli si mette alla ricerca di altri modelli, di nuove identificazioni ed avverte il bisogno di spezzare tutti i legami precedenti, manifestandolo a volte anche con gesti aggressivi. L’autonomia intellettuale suscita il desiderio di sfruttare ed esercitare la capacità di analisi critica delle situazioni che l’adolescente ha appena conseguito, mediante esperienze nuove e personali di tipo esplorativo, avventuroso, competitivo, compiute in ambiti diversi.

L’attaccamento è una forma di dipendenza proficua e favorevole all’emancipazione, ma una forte dipendenza è di ostacolo all’autonomia; quindi, benché alcune culture la assecondino più di altre, la spinta verso l’emancipazione è universalmente incoraggiata, poiché non sarebbe concepibile una società costituita esclusivamente da adulti psicologicamente dipendenti.
Ecco perché, per realizzarci pienamente come individui, dobbiamo recidere i legami che ci tengono avvinti alle figure genitoriali interiorizzate.

 

Bibliografia

M. Deutsch, R. M. Krauss “La psicologia sociale contemporanea”, Bologna 1972, ed. Il Mulino

B. Reymond Rivier “Lo sviluppo sociale del bambino e dell’adolescente”, Firenze 1970,
ed. La Nuova Italia

C. Musatti “Trattato di psicologia”, Torino 1977, ed. Boringhieri

J. Bowlby “Attaccamento e perdita”, Torino 1977, ed. Boringhieri