L’affanno di vivere: tratti e difese della personalità abbandonica

 
Insicurezza oceanica e fantasie d’assoluto
“Tradita, abbandonata, sì. Una ferita che sanguina troppo.” (S. de Beauvoir)
Le parole della “Donna spezzata” introducono il tema della personalità abbandonica, ossia di chi, in modo aberrante e spesso senza motivo, si crede o si sente abbandonato e conserva scopi e oggetti identici a quelli infantili, sia da un punto di vista affettivo che concettuale.

Infatti, le sue caratteristiche peculiari sono:
– la sensibilità esasperata;
– l’avidità affettiva;
– l’intensità degli affetti in gioco;
– il parossismo dell’angoscia, che conserva le modalità dell’angoscia primaria, la cui logica è quella del “tutto o niente” e dipende dalla regressione;
– l’uso prevalente della proiezione come meccanismo di difesa e quelli conseguenti di scissione, idealizzazione, negazione, rifiuto, fuga;
– il ricorso al pensiero magico;
– l’elezione di un oggetto-autorità, sopravvalutato e sovrainvestito, che ha il potere assoluto e da cui il soggetto dipende in modo assoluto;
– sentimenti antichi di inferiorità, insicurezza, paura, che inducono il soggetto a un’estenuante ricerca di sicurezza e protezione.
Da un passato lontano, i traumi subiti si amalgamano con le attuali sofferenze, immergendo l’abbandonico in quell’oceano dell’assoluto, in cui cerca di non naufragare, in cui annaspa, a volte nelle onde dell’euforia a volte nelle profondità degli abissi. D’altronde, l’oceano dell’assoluto, burrascoso, avvolgente, è meno insopportabile del placido stagno del relativo, incapace di fornire emozioni e tantomeno conferme.
Infatti, il problema precipuo di un abbandonico è l’insicurezza totale, ancestrale, viscerale, con cui convive, giorno dopo giorno, ora dopo ora; tutto ciò che può smorzare, o addirittura annullare, gli effetti di questa sorta di parassita psicologico è affannosamente, ossessivamente, avidamente ricercato, allo scopo di individuare uno spiraglio a quello che, in realtà, è un vicolo cieco.
Poiché attribuisce molto più valore a ciò che non ha rispetto a quello che ha, per un abbandonico i ricordi buoni non hanno la facoltà di annullare quelli cattivi: “Il presente partecipa al passato e viceversa” (C. Odier), in una concatenazione a valanga di ricordi; ogni incidente è confuso con una disgrazia antica e, da tale confusione, scaturisce la regressione, che riconduce il soggetto al livello dell’angoscia primaria, risvegliando in lui la logica del pensiero magico. Così, egli oscilla dal polo d’attesa di una disgrazia a quello del suo compimento, circolarmente.

Forse un mattino andando in un’aria di vetro,
arida, rivolgendomi, vedrò compirsi
il miracolo:
il nulla alle mie spalle, il vuoto dietro
di me, con un terrore di ubriaco.
Poi, come s’uno schermo, s’accamperanno
di gitto
alberi case colli per l’inganno consueto.
Ma sarà troppo tardi: ed io me ne andrò zitto
tra gli uomini che non si voltano, col mio
segreto.
E. Montale (Ossi di seppia)

Anche la felicità può essere fonte di disgrazia, perché ravviva il senso della catastrofe. E, comunque, dopo l’euforia, ecco subentrare i primi logoranti dubbi che, fatalmente, lo riconducono alla depressione.
La sua mentalità è, per taluni aspetti, simile a quella del superstizioso: sopravvaluta la magia della parola, crede che gli eventi seguano il corso che il pensiero assegna loro, proietta all’esterno le motivazioni delle sue azioni; inoltre, entrambi sono in attesa della catastrofe, perché, avendo augurato il male agli altri e poi rimosso questi desideri, si aspettano la dovuta punizione per la loro malvagità inconscia, secondo la dura e severa legge del taglione, sotto le spoglie di una minaccia proveniente dall’esterno.
Il tipo di disgrazia è ‘completamente’ soggettivo, poiché l’abbandonico è ‘completamente’ immerso nell’egocentrismo; in ogni caso, si tratta di un avvenimento che determina la perdita della sicurezza, legato al comportamento dell’oggetto-autorità, in quanto, come un bambino piccolo, ricerca il proprio valore fuori di sé. Egli vale perché vale, in modo assoluto, per un essere cui attribuisce un valore e un potere assoluto.
Pertanto, origine frequente della sofferenza, è il disaccordo con l’oggetto: la sua distrazione, le sue critiche, i suoi silenzi, le sue assenze, sono rilevati e interpretati puntualmente come segnali, presagi della rottura imminente.

Assente, come manchi in questa plaga
che ti presente e senza te consuma:
sei lontana e però tutto divaga
dal suo solco, dirupa, spara in bruma.
E. Montale

L’assenza dell’altro lo precipita nell’angoscia, poiché gli viene a mancare la quotidiana rassicurazione e quell’accoglienza elettiva che, annullando magicamente i confini di spazio e tempo, assicura la partecipazione totale, la simbiosi, la continuità, creando illusoriamente un utero caldo, riposante, nutritivo di cui lui, l’abbandonico, è il Solo, Unico, Amato inquilino.
E nell’assenza, avvertendo acutamente il suo immobilismo, il suo essere quello che resta, che attende, che ama, sempre disponibile, mentre l’Altro è quello che va, che parte, che lascia, ossia abbandona, è come se verificasse di amare più di quanto è amato.
L’espressione del ‘tutto o niente’, principio regolatore della sua vita che ha origine dall’avidità affettiva, sviluppa il senso dell’assoluto: “Il soggetto ama assolutamente chi assolutamente lo ama. Ma non ama più chi lo ama relativamente…L’angoscia è la reazione-tipo alla perdita d’assoluto.” (C. Odier)
Tuttavia, poiché egli affettivamente non è mai andato oltre la soglia narcisistica, non instaura un autentico rapporto oggettuale: non è tanto l’oggetto che ama quanto la sicurezza che questi gli infonde; non è tanto la gioia di donare il suo amore che teme di perdere quanto l’appagante gratificazione di ricevere l’affetto; é tormentato, divorato dalla gelosia e dal sospetto che l’Altro dedichi sentimenti ed attenzioni a persona diversa.

Ho perduto anche gli occhi
Ho perduto anche gli occhi guardandoti, amore
e ho consumato le mani
pensando al tuo corpo fantasma.
Ho camminato a lungo nella troppa luce
della tua lontananza, ma nessuna
impronta resta nella mia neve.
Chi abita il tuo sguardo
se ora non posso vederti,
chi è che disegna il tuo corpo
se le mie mani si sono dileguate?
Da quando sei partita, sono come
naufragato nel bianco di me stesso,
e nel mio specchio si riflette un nulla.
J. Eriksson

Talvolta, in un accesso di normalità, gli pare di sopportare meglio l’assenza. In realtà, è solo pietoso oblìo: sopravvive, perché ‘fedifragamente’ a tratti dimentica, nutrendosi di qualcosa di diverso dal latte dell’amato. Obliando, manipola il tempo e lo spazio, come quel bambino che prima lanciava e poi riacchiappava un rocchetto, drammatizzando la partenza ed il ritorno della madre.
In questa manipolazione, il presente è solo un brandello d’angoscia, perché, proprio come per un bambino, per l’abbandonico un istante separa il tempo in cui l’Altro dal ciglio dell’Assenza rovina nel burrone della Morte.
E anche se l’Altro ha il potere di sopprimere parzialmente l’assenza con lettere e telefonate, non si sfugge alla morsa dell’angoscia, perché “il telefono non ravvicina, anzi, conferma le distanze” (S.de Beauvoir), perché l’attesa è, ugualmente, dolorosa fonte di inquietanti dubbi.
L’attesa è un incantesimo: il Principe ha ordinato al suo vassallo di non muoversi, di aspettare. Ma è anche un delirio, in cui l’Altro viene allucinato, creato e ricreato continuamente, come il seno per il lattante, a cominciare dal bisogno incessante e devastante che si ha di lui: con un sussulto lo si scorge in un volto sconosciuto, la sua risata echeggia in una stanza vuota, il suo profumo pervade la notte.
Ancor più tormentosa è la falsa presenza, o presenza anaffettiva, insopportabile poiché suscita una sofferenza impotente: è un falso abbandono, correlato di deprivazione e freddezza, un gelido segnale che qualcosa sta cambiando, che l’abbandono è prossimo, che ‘niente sarà mai più come prima’. E vani sono i tentativi di negare la realtà, di illudersi.
Winnicott affermava che “la paura clinica del crollo è la paura di un crollo che è già stato subìto (primitive agony)… e ci sono dei momenti in cui un paziente avrebbe bisogno gli si dicesse che il crollo, la cui paura mina la sua vita, è già avvenuto“. Similmente, bisognerebbe che qualcuno dicesse all’abbandonico: “non essere più angosciato, tu l’hai già perduto”. (R. Barthes)
La perdita reale può essere dunque meno tormentosa del panico, che invade ogni anfratto della mente, o del silenzio. I silenzi lacerano come coltelli, suscitando la sensazione che l’Altro non sia più lì, anzi, peggio, sia lì senza esserci veramente; non si sa a chi, a cosa pensi. I suoi pensieri sono le vele di un vascello, gonfiate dal vento del suo Io, che sfiora ormai l’orizzonte.

Quando tu dormi
Tu dormi tu la notte
io invece ho l’insonnia
ti vedo dormire
e ciò mi fa soffrire.

I tuoi occhi chiusi il tuo gran corpo disteso
è meraviglioso ma tutto ciò mi fa piangere
e improvvisamente ecco tu ridi
tu ridi a scrosci dormendo
dove sei in questo momento
dove sei andato dimmi la verità
forse con un’altra donna
lontano lontano in un altro paese
e con lei tu ridi di me.

Tu dormi tu la notte
io invece ho l’insonnia
ti vedo dormire
e ciò mi fa soffrire.

Mentre tu dormi non so se mi ami
mi sei vicino ma anche così distante
io sono tutta nuda e te aggrappata
ma è come se fossi assente
e sento tuttavia battere il tuo cuore
non so se batte per me
non so niente non so niente
vorrei che il tuo cuore si fermasse
se un giorno non mi amassi più.

Tu sogni tu la notte
io invece ho l’insonnia
ti vedo sognare
e questo mi fa piangere.

Tutte le notti io piango tutte le notti
e tu tu sogni e tu sorridi
ma questo non può più durare
una notte certo io ti ucciderò
e finiranno allora i sogni tuoi
e siccome son decisa a togliermi la vita
anche la mia insonnia finirà
I nostri due cadaveri riuniti
insieme dormiranno nel gran letto.

Tu sogni tu la notte
io invece ho l’insonnia
ti vedo sognare
e questo mi fa piangere.
Arriva l’alba e subito ti svegli
ed è a me che tu offri un sorriso
sorridi con il sole
ed io non penso più alla notte
tu dici le parole sempre uguali
– Hai passato una buona notte?-
e come ridestata io ti rispondo
– Sì mio caro ho dormito bene
e come ogni notte t’ho sognato.
J. Prevert

La poesia è un esempio delle elucubrazioni mentali di un abbandonico, dei sospetti, delle gelosie, delle vendette, e, nell’ultima strofa, dell’accoglienza elettiva che assicura la simbiosi e consente il mantenimento di uno dei principali meccanismi di difesa, l’idealizzazione: il potere dell’Altro così assoluto è reso possibile solo dalla negazione della realtà, quando questa è un desolato, livido muro grigio.
L’idealizzazione e la negazione, come spiega Melanie Klein, sono meccanismi tipici della posizione schizo-paranoide, ma appartengono alla personalità abbandonica anche altri di questa fase, riscontrabili negli atteggiamenti affettivi e concettuali.
Quando l’abbandonico si sente ferito, pensa ed agisce come un bambino ingannato, è insoddisfatto del proprio destino e, poiché per lui insicurezza ed insoddisfazione sono nozioni equivalenti, percepisce un acuto senso di perdita, sia quando non ottiene ciò che desidera sia quando avverte che la dipendenza dall’oggetto-autorità è divenuta troppo forte e, quindi, pericolosa.
Allora, si può difendere ogni legame tramite la ragione e, sfidando le leggi dell’amore in un anelito illusorio di libertà, placare l’ansia per la dipendenza, che implica la sconvolgente perdita della sicurezza individuale: “Se non siamo del tutto sinceri, quando diciamo che non vorremmo mai rivedere l’essere amato, non saremmo neppure tali se si dicesse che vogliamo rivederlo. Non c’è dubbio, infatti, che si può sopportare la sua assenza solo promettendosela breve, solo pensando al giorno in cui lo rivedremo; ma, d’altra parte, sentiamo fino a qual punto questi sogni quotidiani di un ricongiungimento prossimo e sempre rinviato siano meno dolorosi di un incontro, cui probabilmente terrebbe dietro la gelosia. Quel che ora si rimanda di giorno in giorno non è la fine dell’intollerabile ansia, causata dalla separazione; è il temuto ricominciare di emozioni contro cui non c’è più scampo“. (M. Proust)

Nei primi mesi di vita, il bambino sperimenta che la dipendenza dalla madre può essere fonte di dolore allorquando le sue aspettative non sono soddisfatte e causa di sofferenza per la sensazione di perdita che gli suscita la brama di sicurezza e protezione. Pertanto, i sentimenti di odio, aggressività, invidia che sentiamo da adulti, scaturiscono da questa prima esperienza.
Proprio come il bambino, l’abbandonico mette in atto i meccanismi di proiezione e scissione e, tentando di isolare i sentimenti di odio e di amore, di separare le persone in buone e cattive, proietta all’esterno la sua aggressività, allo scopo di convincere se stesso ed il mondo che la sua angoscia, il suo sentirsi scorticato, “una massa di sostanza irritabile” (S. Freud), è frutto dell’altrui malvagità, non già della propria.

Un meccanismo altrettanto primitivo è quello di rifiuto quando, perduta la fiducia anche nella sua stessa bontà, svalutata la propria persona, tende a non fidarsi di ciò che egli considera buono, ad evitarlo oppure a distruggerlo, per delusione o per vendetta.
La svalutazione o il disprezzo, che trova il suo riscontro letterario nella favola della volpe e dell’uva acerba, gli consentono di sopportare la delusione, distogliendosi da ciò che in realtà ammira, desidera e, quindi, invidia.

La persona abbandonica ricorre spesso ad un altro dispositivo di sicurezza, la fuga: fuggendo da una cosa buona, che è diventata cattiva ai suoi occhi, cerca di preservare dentro di sé un’immagine di bontà, che era stato sul punto di perdere.

Atteggiamenti di eccessiva socievolezza sono un modo di accumulare amore e sicurezza, un serbatoio d’emergenza, cui attingere in caso di necessità; collezionare amici è una garanzia contro la solitudine, distribuendo l’affetto, cioè depositandolo su varie persone anziché su una sola; amare è uno scudo contro l’odio ed i suoi pericoli; raccogliere bontà è una sorta di sostituito del seno materno, un “ seno generoso e mai mancante” (J. Riviere) ; circondarsi di individui ritenuti inferiori, dal punto di vista estetico, culturale, sociale è un illusorio tentativo di valutarsi di più, sfruttando l’altrui dipendenza, per dileguare lo spettro incombente dell’abbandono.

Epigramma VIII, 79
Hai tutte amiche vecchie
e più che vecchie brutte
Son loro il tuo corteggio
e te le tiri dietro ai pranzi,
ai teatri, per le strade.
Cosi, cosi, o Fabulla
tra vecchie donne e orribili
sei bella e sei fanciulla.
Marziale

L’abbandonico, per difesa, può essere o molto pauroso o molto aggressivo: può reagire masochisticamente, accusandosi e scivolando nella depressione oberato dai sensi di colpa, oppure con ostilità, mettendo il broncio ed assumendo atteggiamenti e linguaggio provocatori: ‘tu non mi dai niente? Bene, neanche io’.
I rimproveri, le rivendicazioni, i sospetti, l’eterna aria da vittima di un Fato avverso alla lunga stancano l’Altro, che non comprende la logica del tutto o niente, al punto da indurlo a recidere un cordone che lo soffoca ogni giorno di più.
L’individuo abbandonico vive dunque immerso in una sofferenza oceanica, che non perdona, e può trasformarsi in un Angelo o in un Demone, in grado di amare ferocemente o di odiare altrettanto ferocemente.

Se tu mi dimentichi
Voglio che tu sappia
una cosa.
Tu sai com’è questa cosa:
se guardo
la luna di Cristallo, il ramo rosso
del lento autunno alla mia finestra,
se tocco
vicino al fuoco l’impalpabile cenere
o il rugoso corpo della legna
tutto mi conduce a te,
come se ciò che esiste,
aromi, luce, metalli,
fossero piccole navi che vanno
verso le tue isole che m’attendono.
Orbene,
se a poco a poco cessi d’amarmi
cesserò d’amarti a poco a poco.
Se d’improvviso mi dimentichi.
non cercarmi,
ché già ti avrò dimenticata.
Se consideri lungo e pazzo
il vento di bandiere
che passa per la mia vita
e ti decidi a lasciarmi sulla riva
del cuore in cui ho le radici,
pensa
che in quel giorno,
in quell’ora
leverò in alto le braccia
e le mie radici usciranno
a cercare altra terra.
Ma
Se ogni giorno,
ogni sera
senti che a me sei destinata
con dolcezza implacabile
se ogni giorno sale
alle tue labbra un fiore a cercarmi
ahi, amore mio, ahi mia,
in me tutto quel fuoco si ripete,
in me nulla si spegne né dimentica
il mio amore si nutre del tuo
amore, amata,
e finché tu vivrai starà
tra le tue braccia
senza uscire dalle mie.
P. Neruda

 

 

Bibliografia
S. Freud “Psicopatologia della vita quotidiana”, Torino 1971, Universale Scientifica Boringhieri.
S. Freud “Introduzione alla psicoanalisi”, Torino 1969, Universale Scientifica Boringhieri.
S. De Beauvoir “Una donna spezzata”, Torino 1999, ed. Einaudi
C. Odier “L’angoscia e il pensiero magico” , Firenze 1975. ed. Giunti-Barbera
A. Freud “L’io e i meccanismi di difesa” , Firenze 1967, ed. Martinelli
H. Segal “Introduzione all’opera di Melanie Klein” , Firenze 1975, ed. Martinelli
M. Klein “Il nostro mondo adulto”, Firenze 1972, ed. Martinelli
M. Klein “Invidia e gratitudine”, Firenze 1969, ed. Martinelli
J.Riviere e M. Klein “Amore odio e riparazione” , Roma 1969, ed. Astrolabio
R. Barthes “Frammenti di un discorso amoroso” , Torino 1979, ed. Einaudi
A. Lowen “Il narcisismo”, Milano 1986, ed. Feltrinelli
F. Alberoni “Innamoramento e amore”, Milano 1982, ed. Garzanti
C. David “La dimensione amorosa”, Napoli 1982, ed. Liguori
S. Freud. “Al di là del principio del piacere”, Torino 1975, ed. Biblioteca Boringhieri
E. Montale “Ossi di seppia” , Milano, ed. Mondadori
M. Proust “All’ombra delle fanciulle in fiore”, Novara 1982, ed. De Agostini
J. Prevert “Poesie”, Parma 1967, ed. Guanda
P. Neruda “Poesie d’amore” , Roma 1975, ed. Newton Compton
Marziale “Epigramma” , In Letteratura Latina di A.Rostegni, Torino UTET
J. Eriksson “Le più belle poesie d’amore”, Bergamo 1986, ed.Euroclub