Quartetto :: inizio

22 ago, 2013 by

Quartetto :: inizio

Giovanna, una persona cui tutti ricorrono per le più svariate incombenze è “al sparglén dl’aqua santa”, l’acquasantiera, l’aspersorio: una benedizione? Mi sarò confusa con lo “sparadél”, una  strisciolina di cuoio delle scarpe, pensando che sparadél dl’acua santa potesse significare chi dà il “viatico” per il sentiero giusto; c’ è, infatti, il detto contrario “andér föra dal sparadel”, eccedere, sragionare (esser fuori dai coppi, fuori dalle leggi).

Care del Quartetto, dalla fine e solo se integrate. Tra la fissazione sui numeri 4 e 8 e quella sulle formazioni musicali, sono arrivata a casa dicendo: avremo due formazioni, un quartetto e un ottetto. Un luogo di condivisione sorprendente, senza premeditazione e disegno non va esposto all’alterazione. In altre parole, Paola la vediamo ai Giardini di Epicuro, dove ci sarà Elda che fa Otto (qualcosa come E oto, bel vèc’! diceva mio padre quando vinceva a carte). Giovanna e Marzia sanno come abbia sempre voluto Elda in quella sede. Se talvolta dovremo essere un Quintetto, sarà se capiterà che ci siano Federica o Patrizia V. . D’imperio?

Mi piacerebbe restituire l’incontro nel suo svolgimento, temo di non essere padrona dell’intera sequenza, di mancarne dei passaggi e la dinamica. Abbiamo cominciato dalle nuvolaglie con cenni  al Consiglio delle Responsabili? Dall’indugio delle  lingue su denti che dolgono? O, piuttosto, dal 9 febbraio?  O , viceversa,  abbiamo parlato delle ragazze (Rosa Rosae) e noi? Certo, non siamo partite sul progetto-programma ma da tutte queste cose insieme. Dunque, qualche punto.

Bologna. “E, allora, perché si fa a Bologna?” (Giovanna). Si commenta il 9 febbraio, la domanda segue il commento. Curioso pare un invito con due lettere simili e diverse nello stesso foglio. Si nomina Letizia Paolozzi e si richiama Lea. Chi pensa che due lettere in un foglio siano non solo goffe, ineleganti, ma esprimano l’abitudine di Milano/Libreria a esigere la primazia, vuole che la storia di Bologna, la scelta e la capacità di tenere aperte le porte e il confronto tra donne differenti, sia parte del discorso. Come lo è l’esperienza del rapporto con le istituzioni del Centro donne e non solo. D’accordo con affermazioni che implicitamente portano l’accento su come introdurre e condurre l’incontro del 9, c’è chi crede che 2 lettere insieme siano una mediazione accettabile. Lo scenario pessimo? Due lettere che circolano separatamente. Apparentemente solo un’appendice. Verrà Se non ora quando? Annamaria in Consiglio ha affermato che il testo bolognese dell’invito esclude SNOQ e UDI, giacché non li nomina, e riduce la ricchezza dei movimenti delle donne; ha aggiunto che la  firma nominativa di Marzia quale presidente coinvolge Orlando e ne muta la linea di condotta. Elda ha chiarito per tutte come non sia così; Maddalena, dopo di lei, non ha ritenuto necessario intervenire pro SNOQ. Non è solo che la breve  lettera di Bologna “apre” e non chiude , è che per alcune SNOQ già nel convegno su Vite, Lavoro, Non lavoro mostrava un abbaglio/Monti, ora divenuto silenzio sull’imbroglio/Monti, è che ciò incide su come immaginare la “rappresentanza”, come declinare la “trasversalità femminile”, che ovviamente c’entrano (Raffaella). Non ci siamo inoltrate.

Generazioni. “Verranno le ragazze di Rosa Rosae il 9 febbraio”? Le inviteremo esplicitamente benché sia evidente che chiunque possa venire. Delle ragazze, ci siamo interrogate a partire da Maddalena (Giovanna Marzia e Raffaella ) ed Eloisa (Elda) o Giulia e tutte loro. Giovanna notava nel libro di Maddalena e Mariella le “impuntature”, la “durezza” della figlia verso la madre e verso il momento del femminismo storico che ha alle spalle, Raffaella sottolineava lo scarto tra le biografie che sanno costruirsi e la lettura costretta di sé;  l’intero quartetto era colpito dalla prigionia di una autorappresentazione che ha nella condizione materiale di vita, il precariato, la chiave di volta. Rivoli della discussione su cui ritornare? Le generazioni  polverizzate, che durano sempre meno; nel caso del gruppo in questione le ventenni non si riconoscono nelle trentenni; per Elda il passaggio cruciale si è consumato, anche nella associazione, quando, pur avendo capito con accenti diversi che il lavoro assumeva una nuova centralità e ce ne dovevamo fare carico, non abbiamo colto le trasformazioni alla radice delle forme del lavoro. Si conviene che la “grande trasformazione” operata dalla ristrutturazione dei meccanismi produttivi consiste in un lavoro che mette all’opera le soggettività, che comanda la “intimità” delle vite. Anche da qui il grido, l’urgenza del cambiamento in queste ragazze e l’attaccamento alla concretezza dell’azione (obiettivi, campagne, ecc.), la predilezione per forme organizzative (UDI, sindacato) che diano risposte invece che per le  visioni, la presa di coscienza del “nostro” femminismo. Alle ragazze va dato qualcosa, dice qualcuna; ma cosa dare alle ragazze? Per alcune il pazzesco lavoro sul convegno d’estate è stato un condividere con loro. Provo a dire, tuttavia, che il punto massimo di empatia e comprensione della dolenzia di Maddalena mi è parso il vederla come un Buster Keaton in gonnella. Appendice apparente: non esistono solo posizioni di quel tipo tra le giovani, anche se il fare, le pratiche hanno primato ovunque; esistono ragazze le cui istanze configurano altre forme politiche, dalla presenza nella strada e in luoghi considerati spazio comune, bene comune, alle pratiche di prossimità; al Centro delle donne si riuniscono anche le Mujeres, altre si riuniscono ad Atlantide. Lamentazione. In questi giorni le vicende di Atlantide e di Bartleby dicono la distanza e la freddezza di istituzioni che cancellano i “luoghi” vivi per farne “spazi”, impongono “regolazioni” senza “relazioni” (in via Giuseppe Petroni non si sono visti assessori deputati o rappresentanti del rettore, bensì solo polizia), magari invocando su altri tavoli la coesione sociale.

Quaderni. E quaderni siano. Giovanna fa passaggi diversi su Forme di vita e forme di politica: prima e di passata accenna l’idea che quello sia il nucleo da sviluppare e in cui coinvolgere le ragazze; poi propone  una concrezione visibile anche per loro: trarre e curare dei Quaderni dal corso. Esiti. Con il corso ho voluto uno spazio per l’ ideazione e la riflessione, cosa a cui l’associazione non badava; con alcune (Elda, a volte Patrizia e Marzia) ho ragionato di impianto e non solo di singole lezioni; dall’avvio ho avuto Carla Faralli, da due anni la preziosa Angela, una giovane partner; è la prima volta,dopo la cena a quattro, che mi trovo a pensare a un’azione in comune, non innanzitutto didattica.

Però un progetto-programma ci vuole (Elda). “Ma io vi ho chiamate subito” (Marzia). Innanzitutto ci siamo viste perché ci urge approntare una lettura del presente, gesto che ci ha accompagnato ogni volta che le mutazioni ci apparivano cruciali. Se la crisi è antropologica, se è “crisi della sovranità personale”, di ciascuna e ciascuno, e non della sovranità dello stato, se per uscirne occorre pensare “quale” antropogenesi, “quali” cambiamenti positivi siano oggi disponibili; se viviamo quotidianamente lo stato di eccezione – visione che può accumunare movimenti e figure diversi (Virno o  Agamben o l’ecofemminista Thais Corral, ad esempio) -, è necessario capire i segni e segnali e lo è configurare risposte. C’è un richiamo a “Per la riflessività e la responsabilità diffuse”, titolo senza conseguenze dell’ultimo progetto-programma di Orlando(2011/2015), dove l’accento era su “diffuso” e si avanzava una risposta tentativa.  Si nomina l’uso dell’associazione di cercare parole emblematiche a captare la congiuntura se non il momentun, si cita “Il trauma e il banale”, che guardava, tra l’altro, la Croazia e la Bosnia, per noi lo stupro di massa in Europa, e i primi assassinii “senza movente”, per noi uccidere tirando sassi da un cavalcavia. Parola su cui fermarsi? ”Immediato”, la domanda di immediato, di prossimità (Raffaella). La creatività espressa dalla strada, dalle occupazioni di spazi comuni ad opera dei corpi (un teatro o l’Egitto, di nuovo). Quali parole a controcanto di “immediato”? “Prossimità” e… ? Non “sociale” dicono tre. Introdurre parole senza occuparsi, delle fogge  ora, (Raffaella); “però le fogge hanno conseguenze sulle parole (Giovanna)”, però si presentano i dilemmi, non tutto si scioglie (Elda , Giovanna). Che fare davanti ai dilemmi? Marzia ritiene che le conseguenze non tratte in Orlando siano state tratte in Laboratorio Urbano, agendo in città, sulla “democrazia di prossimità”. E’ evidente, tuttavia che quel modo non può bastare. “Democrazia di prossimità” e “prossimità” non si identificano. L’inganno, il “totalitarismo” dei social network come Face Book , una “falsa” prossimità, e l’interesse alla presenza femminista e di donne in Rete e alla prossimità di Marzia. Episodio e postille. C’è nuvolaglia e nuvolaglia (sic). Elda ha scosso la testa: “tu non cominciare…”, davanti all’affermazione (all’inizio) di una rispetto ad un’altra che, in Consiglio responsabili, riconduceva l’istanza di comprensione alle  linee programmatiche dell’Unione Europea e a progettazioni: “ non può reggere tre passi altrui nella libertà”. Marzia racconterà (alla fine) che già è stato detto: “abbiamo la convenzione fino al 2015, non c’è bisogno di un progetto-programma”. “Allora è come sì diceva: un progetto-programma non si vuole” (consenso unanime). Più a fondo negli esiti: un progetto-programma ci vuole anche per intendere dove conduce e come condurre quella che, a partire dalla nuova presidenza, vuole essere una svolta. Se già abbiamo un progetto/programma, consideriamolo (Elda). Vogliamo scrivere piuttosto un documento?

Parole ancora. A cena ero venuta con le parole dette e con “cambiamento”, cambiamento positivo.    

Nuvolaglie. I “nodini” e il superamento. “Io non ne voglio sapere” (subito, Giovanna); subito, cioè tra la cucina e la camera da pranzo, uscivano cenni a conflitti, emergeva che eravamo lì anche per il raccapriccio davanti alla ricaduta in pieghe e guise vecchie e vetuste – le galline tornate sulla via rifanno il proprio verso – sperimentata nell’ultimo Consiglio. Non occorre ripetere tutto, salvo forse rammentare che per questa o quella non c’è da mettere in conto solo la frattura con alcune “lavoratrici”, c’è l’insulto del livellamento, “la livella”. Se ricordo, come una conclusione la frase di Giovanna “considera che c’è il progetto dell’editoria digitale, ma è legittimo e auspicabile affiancargli quello di una nuova accoglienza”, è perché la conclusione è stato il riconoscimento della disponibilità a introdurre la reciprocità… . “Paratae sumus”: occorrerà tradurre, ma abbiamo avvistato il giro di boa dal quale si può provare  a farlo.

Passi verso l’alto. “Mi dico: devo cambiare(Elda). Il cambiamento parte da qui, da ciascuna, da noi. Non aggiungerei nulla a questa unanimità. Rammento solo lo spasso della gamba protesa e del piede puntato in alto di Giovanna sdraiata sul divano: “Si aprono mille prospettive; zitta!”; “zitta, è un varco enorme”: e giù a ridere. Per inciso, “lei” stava zitta e tutte vedevamo spazi che venivamo e si venivano aprendo.

Ritorni. Chi ritorna? E a cosa? Il ritorno di Elda era nominato (Marzia) come “Il” ritorno, un ritorno classico, lei torna dall’esilio, così lo ha chiamato in più circostanze; ho  insinuato che il ritorno di  Giovanna non è meno eclatante, ritorna da strati differenti di distanze nel pubblico e vicende di pudore nel privato, dopo essersi calata in un romanzo; potresti dire solo in superficie che Marzia esaurisca il ritorno nel ritiro delle dimissioni; è instaurando il suo nuovo  differendum che “tornerà”qualcosa a lei (“se le cose possono stare come stasera, posso starci”); io torno, se, pur tornando, potrò onorare il taglio interminabile che deve affliggermi, dal “fallimento”, a lungo analizzato senza concludere altro che “è una new Orlando, la old Orlando non torna; grazie a questa distinzione presumo di capirne qualcosa”.  Qualcosa  torna. Veloce, Giovanna anticipa: “attenzione, non torna il tutto a tondo”; veloci abbiamo assicurato: “ovvio, non si tratta di ri-fare un “mondo” compiuto, onnicomprensivo”. Che cosa sarà?

Incontro/i. “Ma io vi ho chiamate subito” (ancora le parole di Marzia). Come mai fossimo lì non ce lo siamo dette. Le condivisioni morali e intellettuali erano numerose, facili, vistose, rianimanti. Vedremo? Vedremo.   

Filastrocca.

Chi sapeva, chi intendeva cosa vuol dire uno? Uno è il Creatore Barukh hu Barukh schemò*. 

Chi sapeva chi intendeva cosa vuol dire due? Due le tavole del patto. Uno è il Creatore …

[…]

Chi sapeva chi intendeva cosa vuole dire quattro? Quattro le madri di Israele, Sarà. Rivkà, Leà,

Rachel. Uno… due… tre… quattro… .

[fino a 13]

Comunità ebraica di Livorno… (CD Italia Ebraica)

Un abbraccio. Raffaella

PS Anche una proposta per i Giardini di Epicuro: andiamo a vedere a Ravenna o a Bologna (quando sarà) “Pantani” del Teatro delle Albe? C’entra. 

(Eravamo da Marzia il 25 gennaio 2013).

*Benedetto Egli sia, sia benedetto il Suo Nome (ebraico) .

 

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