What’s new?

27 apr, 2014 by

What’s new?

Restituzione del 6/ 9/ 2013: Lettera e semirestituzione di una cena a tre (via Broccaindosso – in trattoria all’aperto).

4 settembre 2013. News: Marzia mi dice or ora che ceniamo insieme domani sera. A maggior ragione …

Care,

siamo – siete – tutte rientrate. Nel tardo pomeriggio di ieri ho sentito la segreteria telefonica e Giovanna; è a Bologna, osservava: non so dove sono le altre. Allora: Marzia ha chiamato domenica mattina sulla via del rientro da Forte, come fa ogni estate per un ripasso generale di apprendimenti; Elda ha chiamato domenica pomeriggio da casa, si è guadagnata una caviglia gonfia e, agli aeroporti tra Berlino e Bologna, la portavano in carrozzella. Io sono qui a piè fermo da poco prima o dopo la metà di agosto.

L’aspettativa nella voce di Giovanna era di vedersi; Marzia ha portato della pasta che ha preso (testaroli) al mare. Quindi, offro qualche lien, relè. Alcuni Marzia li conosce.

18 luglio 2013 - 18 luglio 1964 Mark Lombardi, connessioni complesse.

18 luglio 2013           –          18 luglio 1964  Mark Lombardi, connessioni complesse.

Care,

mi viene di pensarvi: chi scrive lettere ha di queste ruminazioni lente e voi siete divenute, da amiche e dal molto altro che siete e muovete in me, anche destinatarie di missive.

Giorni duri? Giorni fertili? Alla prima domanda so rispondere; sulla seconda resto in bilico. Giorni che passo in parte a curiosare in vista del corso. Mentre curioso, ricevo doni, trovo la scintilla affinché un’anima ce l’abbia il corso che faremo. Tra i doni ne arriva uno imprevisto. Una intervista breve a Roberto sulla città di cui ignoravo l’esistenza. Bella, intelligente, di adesso, com’era quasi sempre più in avanti che attuale lui che si è voluto inattuale. La avete qui. Mi domando a chi, oltre cha a voi e a qualche altro, farla avere perché, nell’uso e circolazione, resti una cosa sua.

La strumentalità, l’essere mirati allo scopo è ciò che detesto dei politici, né basta essere oltre i partiti (alla Bettini e perfino alla Revelli) per stare nella faglia con questa genia – singoli, insiemi e sistemi – che riduce a sé, al proprio e consuma ciò che tocca. Tutto già pronto e cucinato per stare nelle caselle predefinite.

Per ciò che riguarda noi, in RD trovo verosimile, liberante il modo in cui si dissociano gli abitanti della città dalla rappresentazione della città. La fuoriuscita dal frasario che afferma che sempre chi esista, elettrice, non elettore, ha i governanti che merita. Mentre, invece, non è vista la città, descritto il mondo (mondi) che c’è. “La fatica di descrivere”, una volta che si è state/i capaci di accorgersi e vedere, dicevamo. A proposito di vedere, sono andata al Giardino del Guasto, il giardino di cemento circoscritto dal verde degli alberi; un popolo di bambini, una mescolanza di tutti i colori della pelle. Una donna del Guasto ha avuto l’acume di chiedermi se avessi visto quell’intervista. Vi aspetto salvo piccoli detours. r

Passiflora

Passiflora

1 Agosto 2013. Le cose sono andate avanti ricevendo piccoli testi, i soli che leggo (uno diverso, più ampio, su Gender di Ivan; lo ho letto perché l’autore chiedeva un riscontro prima di mandarlo all’editore). Il 15 luglio Maria Letizia Montalbano aveva mandato il link all’intervista a Roberto; il 22 luglio mi sono messa a leggere l’intervista a Elsa Dorlin, inviata pochi giorni prima da Antonia Ciavarella. Sono tuttora persuasa della crucialità dei gesti di allontanamento, divincolamento, slegamento da ciò che si dà per compreso quali gesti da privilegiare nel leggere testi e “mondi”. Lo ho farfug-farrag-detto a cena con Giovanna e Marzia (mancavi, Elda) in Broccaindosso. Una faccia del convincimento che il capire o il percepire equivalgano a distinguere, ciascuno nel suo registro, e l’intelligenza o la percezione siano principium distinctionis, ciascuna nel suo registro. Il 27 luglio, come se fosse scritto per questo mio torno di giorni, è arrivato un invito a Oakland (alla Tavola di Oakland, ci sono stata con Ivan) con un breve saggio ad hoc di Jean Robert su Ivan (Is there thought after economics?) dove tale convincimento trionfa e riguarda una conflazione, una confusione da tempo affrontata da Illich: “Once again, this verifies Illich’s capacity to build distinctions where a gray indifference reigns”. Lo ho letto e poco è mancato che mi mettessi a ululare. Penso alle liti fatte in Palestina quando lodavo gli orti di sussistenza che i Palestinesi, assediati, improvvisavano; e i capataz dei cooperanti “avventurosi” o “scientifici” evocavano le produzioni industriali, i piani. Perché Ivan separava abissalmente la sussistenza dall’economia. Altro che l’autodefinirsi suo allievo di Serge Latouche.

Grazie a tre brevi letture che il caso (?) mi ha portato, mi sono data il compito di affrontare questo nodo, il nodo del distinguere (e non solo), in cui credo dalle esperienze di studio giovanissime e dalle letture di (certa) filosofia medievale all’università, al cospetto del Libretto Azzurro. Ognuna, immagino, darà la sua lettura. A tavola , in luglio (?), Giovanna e Marzia a partire dall’effetto Serres prendevano le loro strade più liquidatorie della mia. In muta ignoranza e ottusa pervicacia resistevo. r

 

quattrocinque

What’s new? Care, non sarei riuscita a scrivervi ancora collettivamente (sic), o a ri-cominciare a farlo, se non avessi localizzato, grazie ad un suo messaggio in segreteria telefonica, dov’è Giovanna. Marzia è a Forte da varie settimane, Elda è a Berlino da una decina di giorni; Giovanna si reca a Napoli per un soggiorno breve. La domanda sarebbe nella formulazione in cui è nata: che faremo, che novità accenteremo?

Every time we say good bay. Il lato duro dell’estate è re-innamorarsi necessariamente di persone, musica, stati ed eventi accaduti in passati perduti. Salvo nel 2012, dove ogni giorno è trascorso identico all’altro e non sono esistite le stagioni, dall’adolescenza l’estate o, più precisamente, ogni mese di agosto, è luogo di sofferenza e, nei momenti in cui si poteva perdere un lavoro instabile con un figlio piccolo, di paura. Ovviamente, tra il mare. l’apprendere liberamente e le presenze vive, estate e agosto hanno potuto essere un tempo di gioia e piacere. La musica non era la narrazione, il testo, il diario dei tuoi stati d’animo e degli accadimenti che parlavano proprio di te, della tua generazione, Giovanna. Ma era pur sempre la colonna sonora che accompagnava la tua vita, ti si imponesse per il senso involontario e privilegiato dell’udito (che vorrei ben più obbligante) o tu avessi qualche strumento per accedervi scegliendo cosa ascoltare. Giorni fa, solo sabato scorso 24 agosto, ho sentito accidentalmente una compilation dove si susseguivano “Il cielo in una stanza” (Mina di tanti anni fa? Una voce più ruvida?) e “My name is sweety” (Nina Simone in formato strepitoso). Ed ancora, in mezzo ad altre cose note e ignote, pregiate o di meno qualità, “Sodade” (Cesaria Evora) .

Tracks. Avevo spostato la Cubo bianca dalla cucina per ascoltarla leggendo una puttanata o un libricino prezioso. Non so come, in un vano poco più in là, non si sentisse Rai Radio 3, su cui sono sintonizzata in esclusiva, che, nel pomeriggio del sabato e della domenica, trasmette monografie jazz. Quella imprevista non stop di pezzi e artisti mi ha fatto associare la colonna sonora che il tuo libro si porta dentro, Giovanna; e pensare a come poco più di un decennio e circostanze di vita diverse bastino ad averne tutta un’altra. Quest’anno, Il perturbante e l’ignoto erano arrivati con un segno preciso, uno standard, What’s new?, che mi ha sempre inquietato, ammalinconito. Allora, al liceo, era un disco di mio padre con la tromba di Maynard Ferguson in una band fuori formato di Stan Kenton (perfino archi) con molte dissonanze e azzardi sperimentali a la mode. Ora, ai primi di agosto, era una versione purissima e straziante di Clifford Brown. Già ce ne avevo abbastanza di tristezza. Poi, è arrivata “Like Someone in Love”. Ci mancava altro che la versione di Eric Dolphy – perfezioni e azzardi- a rigettarmi nell’ammirazione e nel tormento. In parte era una colonna sonora condivisa con Roberto e, prima, con i miei fratelli (si veda la limpidezza e la dizione esemplare di Sinatra/Like someone in love o quella intollerabilmente triste e soffiata di Chet Baker). In parte no: Dionigi, ammalato di percussioni, era al contempo – perfino due anni possono distanziare – sulla musica colta dell’America latina (non solo Piazzolla). Io solo un poco; poi immersa con lui e, insieme più tardi massicciamente, al sorgente festival del cinema di Pesaro.

Lately,i find myself out gazing at starshearing guitars
like someone in lovesometimes the things I do astound me
mostly whenever you’re around melately
i seem to walk as though I have wings
bump into things
like someone in loveeach time i look at you i’m limp as a glove
and feeling like someone in love .
Quem mostro’b
ess caminho longe?
Quem mostro’b
ess caminho longe?
Ess caminho
pa São ToméSodade sodade sodade
dess nha terra d’São NicolauSi bo t’screve’m
m’ta screve’b
si bo t’squece’m
m’ta squece’bAté dia
ke bo voltaSodade sodade sodade
dess nha terra d’São Nicolau”.
Chi ti ha indicatoquesto lungo cammino?
Chi ti ha indicato
questo lungo cammino?
Questo cammino
per São Tomé?Saudade saudade saudade
della mia terra di São Nicolau.Se tu mi scrivi
io ti scriverò
se tu mi dimentichi
io ti dimenticherò.Fino al giorno
del tuo ritornoSaudade saudade saudade
della mia terra di São Nicolau”.

sei

La palla e l’albero. Lasciamo gli anni cinquanta-sessanta e la radio TS052, “Cubo”, con il suo design di quegli anni miracolosamente simbolo.

Ho letto un altro libricino di M.S. (Tempo di crisi). Lo ho fatto rimasticando la CHIACCHIERATA con Marzia e Giovanna e pensando che debba leggerlo Elda. Magari va bene per tutte, ma mi sono sforzata di pensare a libri diversi per ciascuna. Ho trovato quello che suggerirei a Marzia (sorpresa); non ne trovo uno per Giovi. Ricordo cosa ha ingiunto: “tu, adesso, ci dici cosa è un pensiero procedurale”. Ma l’idea mi fa pensare a quando prendevamo separatamente i libri di Ferrari, imperando un certo imperio della “ontologia”. Niente di vivificante. Augurabilmente mi verrà in mente qualcosa ascoltandola e ascoltandovi. Quanto a me. mi sono sporta verso “gli alberi della conoscenza”, molto presa dal fatto che il mio motto galileiano “la palla e il cubo” può essere sostituito dal nuovo: la palla e l’albero, appunto.

Mi ha, ovviamente, colpita che Mark Lombardi costruisse le sue meravigliose sfere sulla cospirazione occulta della politica USA (assioma: l’arte ci arriva sempre prima) e Michel Serres parli della “palla”come immagine della conoscenza circolare in tempi complessi e minacciosi in cui “il mondo ci cade in testa” E lo faccia restando aperto (e ottimista). Ci parleremo domani sera. Uhaooo!

News. Cosa c’è di bello? Da un mese mi bado, passeggio e leggo quasi ogni giorno ai Giardini Margherita, a perno avendo l’albero 2915 cui si arriva dall’ingresso di Porta Santo Stefano – per chi volesse trovarlo. Un albero adorato dai bambini per la sua multiformità e praticabilità (sotto il quale Denis faceva i suoi esercizi ginnici). Mi piace; qualche effetto benefico si produce. A prestissimo. Rahel

sette

 

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