Duel with Cudgets: una restituzione

28 apr, 2014 by

Duel with Cudgets: una restituzione

26 /9 /2013 Data della ottava restituzione  Titolo di Raffaella: Duel with Cudgets: una restituzione

 

Duel with cudgels.

Quando non ce l’aspettiamo più – Marzia non solo ci ha riunite a pochi giorni dal rientro a Bologna di ciascuna ma ha cucinato -, Napoleonette, camminando avanti e indietro nel ridotto corridoio di uscita, lascia cadere il suo “e naturalmente ci sarà il riassunto”. In soggiorno, aggraziata, leggera, ha appena mimato passaggi immaginari da un piede all’altro con scambi e scarti di direzione senza lanciare “nulle parte” una o più delle nostre teste rotolanti che possono fungere da pallone da football dal momento che, decollate come Saint Denis, non le abbiamo più. In chiusura di serata nemmeno ce la teniamo tra le braccia, la testa!

 

Francisco de Goya, dai Black paintings, Quinta del Sordo, casa di Goya. 1819-1823

Francisco de Goya, dai Black paintings, Quinta del Sordo, casa di Goya. 1819-1823

(le creature duellano sulle sabbie mobili, e, di necessità, facendosi guerra, soccomberanno entrambe).

Nel corso della discussione ognuna ha reagito alla lettura d’ordinanza, il Libretto Azzurro, sottolineando i punti salienti a partire da Elda. Colpita dal mondo denso – i dati della demografia –, Elda è certa che è in atto una mutazione radicale, “tutta un’altra storia”, di cui Non è un mondo per vecchi sottolinea un elemento decisivo: il mutamento corporeo/esperienziale/cognitivo dei giovani. Un grumo da seguire nella sua lettura a proposito del ricorso alla leggenda di San Dionigi, che reputa la parte più problematica del libretto, lo individua nella valutazione di come siano i giovani, chiamati in una sua ricerca storica “testimoni del loro tempo”, a segnare il tempo. Elda ed io condividiamo che, nelle/nei giovani, un passaggio riguardi il rapporto diretto, l’intreccio immediato pensare/agire; inoltre “i pollici pulsanti” di Pollicina, figurazione protagonista della mutazione, evocano gestualità, manipolazione, padroneggiamento di “un campo cognitivo che una parte della cultura anteriore, quella delle scienze e delle lettere, ha a lungo lasciato a maggese” (p. 68). Non si tratta di un fatto generazionale; l’immagine si allarga a tutti gli “ominescenti”, come li nomina un’opera lontana di Michel Serres. Ci dividiamo – tre a una – tra chi pensa che le conseguenze da trarre sulla scorta di Serres siano che la testa (il soggetto, l’io pensante, la mente, la coscienza,) non sia più organo cruciale. Per tre su quattro i divari o le sfumature dicono che la decollazione non può essere ricondotta al mio modo d’intendere il libretto condiviso. Per Giovanna ciò che innanzitutto rotola con le teste è la filosofia, e più in generale l’epistemologia, con le loro gerarchie tra pensiero che astrae, induce, deduce, abduce, o descrive o si interroga e interroga e i nuovi modi di conoscere etichettati come “procedure“. “Oggi queste procedure, che stanno per fare concorrenza sia all’astratto della geometria, sia al descrittivo delle scienze non formalizzate,compenetrano il sapere e le tecniche. Costituiscono il sapere algoritmico che comincia a comprendere l’ordine delle cose e a mettersi al servizio delle nostre pratiche” (p. 68). Se Giovanna, concludendo, ricorre alla mossa che le è propria: porsi metodologicamente al limite o all’altezza di un corpo senza testa – “ben piena” (pedagogia di Quintiliano, memnotecniche di Ugo di San Vittore o di Lullo) o “ben fatta” (Montaigne) che fosse – poiché “qui siamo” e “con questo dobbiamo misurarci”-, non parla di metodo, ma di una questione antropologica: dare conto dello spostamento intervenuto o in via di verificarsi che il taglio della testa impone. Per Marzia, a parte una notazione facile sul fatto che i giovani non se le pongono nemmeno più le domande, ma applicano, eseguono, il punto è ancora quello del ruolo delle macchine auto-poietiche che, originali, oltrepassano i soggetti umani e le loro ragioni e opzioni. Tira in ballo il ruolo degli interfaccia, il muoversi sulla superficie dei pc, degli smartphone, dei tablet e di altri screens e macchinerie, da icona a icona e non da concetti a concetti. Accenna al primato del pensiero analogico (?!). Je, che qui racconta, si domanda, bocciatissima, se la testa davanti a sé tra le braccia del santo di Parigi non significhi che le teste ben piene” e “ben fatte” di Pollicina/Pollicino e dei San Dionigi che siamo potenzialmente divenute, “scatole cognitive oggettivate” (p. 24) ricche di informazioni e di operazioni, non equivalgano a computers e si interessa piuttosto allo spazio vuoto prodotto dal taglio, alla brezza che circola attorno e oltre la base lasciata libera della decollazione: “La testa intelligente fuoriesce dalla testa ossuta e neurale. Tra le mani, la scatola-computer fa funzionare… ciò che un tempo chiamavamo le nostre ‘facoltà’; una memoria mille volte più potente della nostra; una immaginazione ricca di milioni di icone; anche una ragione, dal momento che i computer possono risolvere cento problemi che non avremmo risolto da soli”(p. 24). Allora? “Dopo la decollazione cosa ci resta sulle spalle? L’intuizione innovatrice e vivace. Caduto nella scatola, l’apprendimento ci lascia la gioia incandescente di inventare. Fuoco: siamo condannati a diventare intelligenti?”(ib.); “Il solo atto intellettuale autentico è l’invenzione” (p. 42). ” Corroboro l’ultimo assunto ricorrendo ad un precedente libro di Serres (Tempo di crisi, Bollati Boringhieri, 2010) dove gli inventori soppiantano i politici. Per Giovanna non vale. Le sembra un ricorso all’autorità non il ragionare a mani nude? Disparatezza e contraddizioni dell’argomentare nel libretto azzurro e in noi sono copiose. Esito anche del doppio costitutivo del nuovo individuo e del nuovo rapporto biunivoco tra soggetto-oggetto?

due

Notre Dame a Parigi

Nelle teste ironiche che le altre tre scuotono c’è sentore che voglia conservare il pensare costituito, e il sapere caduto nella scatola. Non fa un poco paura anche a loro che “Napoleonette” possa chiamarsi l’amica dagli andirivieni pensosi e l’album di Matthiew Friedberger in cui suona uno solo strumento in ogni pezzo – polistrumentismo per 10 strumenti -, ove il duel riguarda ogni strumento vs ogni altro e ogni strumento contro se stesso? Amando “Spira Mirabilis”, l’orchestra dall’armonia all’apparenza prestabilita, quei frammentari solos, vengano dai canoni o dal jazz sono davvero il massimo?

 Quattro notazioni di portata diversa e una proposta.

Pagina. Marzia ed io accenniamo a una sequenza per noi perspicua: premettere al testo di Serres Nella vigna del testo. Per una etologia della lettura di Illich (Raffaello Cortina, 1994). Molti punti di contatto a partire dalla mutazione che il primo prende in avanti e Ivan a ritroso, per ripercorrere la cultura al cui centro stavano fino quasi alla fine del secolo scorso libro/testo e lettura ire che “non è più il libro la ragione ultima dell’esistenza [delle istituzioni educative e] hanno proliferato lo schermo, i media e la ‘comunicazione’”(p. 1). Non retrocede, però, all’invenzione della stampa (metà XV sec.), ma alla metà del XII secolo ove il sommarsi di tecniche (scrittura alfabetica, separazione delle parole unite nelle lapidi latine, note non intertestuali ma a piè pagina, indice, supporti/pergamena sottili e maneggevoli) creano il libro portatile. Elogio della lettura da liberare dalle scolastiche, reinventare per linee molteplici. Dicono gli autori: la disponibilità di tecnologie idonee non porta sempre a usi e innovazioni tempestive (Giovanna, corso 2012/3: all’origine del cinema c’erano condizioni per sviluppi presi oggi, si scelse un’altra via); chiusi quei secoli, sugli schermi perdura il format pagina (Marzia assicura che emergono nuovi affiancamenti e format). E sorge in entrambi l’interrogativo: cosa, a chi, come “trasmettere”?

Individua/o. Il tema ci colpisce: l’individualità, la conoscenza dell’individuale era la fissazione, l’iniziale eresia di alcune Orlando. Inventato da San Paolo, l’individuo ora può manifestarsi pienamente, l’ego può distanziarsi dal sapere, farsi “autentica soggettività cognitiva” (p. 15); “ragione accogliente verso il concreto singolare”(p. 61), oggetto mutante come il soggetto. “Non abbiamo per forza bisogno di concetti. A volte, ma non sempre” (p. 43); “a volte il motore di ricerca rimpiazza l’astrazione” (ib.) “Di colpo il sapere offre la sua dignità alle modalità del possibile, del contingente, del singolare” (ib.). Accanto a scienze che vengono da lontano, medicina e diritto, scienze di un dato corpo, una data singola, di un dato caso, Serres cita scienze della vita e della Terra (p. 43). Anche questo accadeva nel piccolo gruppo di allora; al caso clinico si univa il caso analitico, le biografia storica o letteraria. La novità, allora? La certezza con cui si afferma “Benché individuali queste immagini hanno una portata generale e qualitativa” (p. 67). Soprattutto, la stessa Pollicina, il tale studente, questo contadino o operaio, passante o cittadino, è doppio, come il Ka degli Egizi {in realtà là l’essere era triplo; corpo mortale, corpo del sogno Ka, che preludeva al corpo Ba, imbalsamato pronto alla vita immortale nel Regno dei morti; Raffaele K. Salinari, SMS. Simboli, Misteri, Sogni, Punto Rosso, 2012}: “anonimo, certo, ma individuato”, portatore di “nomi in codice, pseudonimi, unici, in due persone individuali e generali” (ib.).

trePolitica. Grazie all’’accesso ai dati, fonte di ricchezza – sul tema dell’avvenuto accesso si è discusso in altri incontri su spunti di Giovanna e Marzia, con assenso e, insieme, limitazioni di Elda in base a condizioni geopolitiche e sociali di vita -; grazie all’accesso al sapere, “oggettivato, certo, ma in più diffuso; non concentrato.”, l’individuo, cliente, cittadino, potrebbe sottrarre allo Stato, alle banche, alle macrocatene distributive l’appropriazione dei suoi dati, configurando “un quinto potere, quello dei dati, indipendente dagli altri quattro, legislativo, esecutivo, giudiziario e mediatico.” (p. 66). Effetto di raggruppamenti di parti socio-politiche nuove in grado di utilizzare il “connettivo” virtuale in luogo del “collettivo” (un progetto-programma/Orlando ha titolo “Individualità/pluralità, Differenzquattroa/differenze: Politiche dell’Attenzione e della Connessione verso il Terzo Millennio”), esso vivrebbe in uno “Spazio di circolazione, oralità diffusa, movimenti liberi,… distribuzione disparata, serendipità dell’invenzione,… novità dei soggetti e degli oggetti, ricerca di un’altra ragione…” (p. 44); è lo “…spazio di pensiero in cui, da questa mattina, abita corpo e anima la giovinezza di Pollicina” (ib.). Proseguirò più avanti il tema e la presa d’atto che l’ascolto del “vociare del mondo” è decisivo oggi nell’etica e politica.

*Figure. Sistema di Posizionamento Globale (Global Positioning System): Satellite GPS, Ricevitore GPS per uso civile in mare.

seiIl valore aggiunto? Non ci siamo soffermate sulla quantità di idee e di ricerca che suppone, ad esempio, un’industria farmaceutica per proporre nuovi farmaci; si tratti di casualità mescolata ad intenzione, di tecnologie mescolate a invenzione, un soggetto, se pur mutato, ci vuole (Je). Tecnologhe e non tecnologhe settesiamo prese dagli effetti mirabolanti delle stampanti 3D. La riproduzione tridimensionale in scala della Torre Eiffel? S’inizia da un progetto digitale realizzato con un programma di disegno tecnico assistito per la stampa 3D che lo trasforma in un linguaggio compatibile con stampanti dotate di programmi che decodificano/ri-codificano il disegno in “linguaggio macchina”. Trasferito il disegno alla stampante 3D, essa lo riprodurrà rendendo malleabili i materiali scaldandoli (plastica, resine, legno). La testina, pochi micron, costruisce sotto gli occhi il progetto/oggetto, forgiando il materiale strato dopo strato. Perché allarghiamo gli orizzonti non riproduco l’immagine dell’oggetto Torre Eiffel, ma un nuovo laboratorio sperimentale della NASA. Terza rivoluzione industriale, come si vocifera?

*Figure: Stampante 3D; Esperimenti di Stampa 3D nella produzione di componenti di motori a razzo (NASA)!

Sul punto delle procedure e dei loro algoritmi Giovanna vuole che Marzia torni su “digitale” e “analogico”. A suo dire, “digitale” è un passo avanti rispetto ad “analogico”. Chiede se i comandi e gli interfaccia sono sotto forma di numeri o di figure: i numeri paiono più astratti delle figure? Ci torno con definizioni accreditabili: con Analogico e Digitale ci riferiamo a modalità di rappresentare la misura di una quantità, i modi in cui variano le grandezze considerate (un segnale audio, o video, o elettronico; un colore? una figura?). Analogicaè una grandezza che varia con continuità: quindi, una variabile analogica può assumere un numero infinito di valori; ad esempio la distanza tra due punti nello spazio. Digitale è una grandezza che varia a salti: una variabile digitale assume solo un numero finito di valori; ad esempio la durata del giorno può assumere solo uno degli 85.000 valori secondo l’unità “secondo”, uno degli 850 mila decimi di secondo, e via andare con centesimi e millesimi di secondo; tante possibilità ma finite, determinate. Il concetto di analogico è associabile ad una condizione di continuità: in un percorso probabile qualcosa si muove mutando la sua collocazione attraverso infinite, perciò non  numerabili, posizioni. Con il digitale lo stesso percorso sarebbe diviso in tappe, anche se piccolissime e numerosissime sarebbe sempre possibile determinarne la quantità. Giovanna parlava alla francese, dove digitale equivale a numerique? Chi considera che digital in inglese significhi “cifra” e non “numero”, ritiene “digitale” la parola italiana contrapposta ad “analogico” e un errore intendere numerico e digitale quali sinonimi intercambiabili. http://eos.pi.it/Approfondimenti/DA/ e altri siti.  Propongo che in una prossima seduta – dopo quella sul corso se vorrete – Marzia lavori con le macchine e mostri come procede e procedono interfacce, comandi di stampanti 3D e cose simili o dissimili. Malauguratamente non trovo i riferimenti a un’impresa-laboratorio di ricerca-produzione di oggetti stampati in 3D vista in Tv; ottimo complemento per tale seduta. Ma a Marzia chiediamo anche di parlarci della “fine corsa della pagina” (p. 65), del perché il paradigma informatico consente di conservare il “simplesso” e lasciar crescere una complessità labirintica. Seduta di molte ore?

Nel corso della discussione del rientro, più lunga e focalizzata di altre, Marzia ci “accusa” di essere in cerca di nuovi miti di fondazione; dov’è finito il taglio femminista-femminile, la nuova soggettività che ha messo al mondo, l’engendering che ha reclamato? Viriamo al “neutro”? Sicure che non sia così, rispondiamo a una sola voce: ognuna cerchi il taglio. L’abbiamo fatto, ora il “ricercar” va avanti verso det-tagli, intrecci e mosaici ove il taglio familiare si misuri. Come sarà il libro in traduzione di Rosi sempre affezionata alla metamorfosi?

 

Tre libri, anzi quattro.

Nel corso della discussione voglio individuare/affibbiare libri a ciascuna. A Elda, leggendolo, ho pensato subito che si attagli Tempo di crisi. Accanto a Nella vigna del testo, che già le diedi, credo utile a Marzia L’albero della conoscenza (Garzanti, 1999). Difficile immaginare il libro di Giovanna. Mi viene in mente all’ultimo che da giorni ho un titolo da leggere io stessa: Gödel, Escher, Bach: un’eterna ghirlanda brillante; acquistato in passato, lo ritrovo a scaffale: era il 1992. Dovrei essere più vendicativa (latino vindicatio, rivincita, non solo vendetta)? In fondo lo sono con Marzia: se gli studi sull’intelligenza artificiale aprono nuove piste alla ricerca smontando i meccanismi conoscitivi in operazioni riproducibili da macchine, tendono al monopolio. Mentre Humberto Maturana e Francisco Varela affrontano la questione da punto di vista biologici e globali, inseguendo modifiche graduali delle strutture degli organismi con una rappresentazione della conoscenza assai articolata ad albero. Così, se era ovvio pensare che Serres avesse scritto sul post-umano, e lo ha fatto, lo è pensare che Douglas Hofstadter dedichi un libro alla coscienza e all’io. E lo ha fatto.:Anelli nell’io. Che cosa c’è al cuore della coscienza? (Mondadori, 2010). Fosse esaurito, provvederà la Biblioteca Donne; sono brave le nostre: scambio interbibliotecario e la fotocopie. Dopo di che leggere non è un obbligo.otto

 

 

 

 

Alberi della vita. Alberi del bene e male, Alberi della cuccagna, Alberi di conoscenze, icone di oggi.

noveImparo, curiosa del disegno di un “albero” che scorre su RAI 5, che Dario Fo lo ha schizzato per il “Prix Italia. International competition for radio television and web”, giunto alla 65.a edizione a Torino. Recuperato il promo, vedo dal primo fotogramma il disegno campeggiare sulla copertina del Prix 2013 che si chiama “L’albero delle idee”. Grandi invenzioni crescono! Mi riferisco a Michel Authier, citato da Serres, e ai suoi alberi delle conoscenze (pp. 75-77) intesi quali immagini della società odierna. In particolare alla torre volubile, nuova icona viva, dolce, accogliente – “variabile, mobile, fluttuante, variopinta, tigrata, intarsiata, musiva, musicale, caleidoscopica” – che dovrebbe fronteggiare, alta alla pari, la Torre Eiffel; “Torre immobile, ferrosa, che porta orgogliosamente il nome dell’autore, ed è immemore delle migliaia di uomini che vi sferragliavano, alcuni dei quali trovarono lì la morte”. Torre, quella viva, in grado di sostenere il “collettivo connesso, tanto più reale, visto che reca i dati di ciascuno {il famoso Ka, individuato ma anonimo, un badge senza nome}, quanto più è virtuale e partecipativa, in grado di decidere quando lo si vorrà”. È il capovolgimento, tradotto peraltro in un’invenzione/azione, della pedagogia e della politica di cui il libro è intriso. Il “rovesciamento”: che porta “alla presunzione di competenza” dalla presunzione di incompetenza (pp. 58-62), all’ascolto delle voci che unisce al diritto di parola quello all’essere ascoltate/i – “C’è un’esigenza generalizzata di parola…Un’intessitura di voci che si accorda con quella della Rete, le due mormorano in fase” (pp. 53/54). Ascoltare le voci, il rumore, il mormorare, il brusio del mondo è un compito delle/dei decollati. Il capovolgimento riguarda anche i rapporti tra i sessi e le culture. Come e fino a dove ciò può collimare con l’idea di “riflessività e responsabilità diffuse” (r)? Convivere con “i piccoli maestri” (Giovi)?

Cranach il Vecchio, Masaccio, Mosaico XII sec.; la caduta e l’albero della croce

 

Marzia ed Elda sanno che, letto il suggerimento, ho pensato ad un Albero delle conoscenze a Bologna al culmine del processo partecipativo. Dopo che a voi, ho donato il libretto a Sergio Bonora, responsabile con Marzia dell’area Città digitale di Laboratorio Urbano, poi a Giulia e Francesco, attivi con me nel processo metropolitano. Non parlo del progetto che non so se è realizzabile; né della problematica degli alberi della conoscenza, biologici o elettronici. Ne mostro alcuni arbitrariamente secondo il sottotitolo di seguito indicato.

undici

*Figure 1) Albero Axis Mundi, civiltà altaiche sciamaniche (Siberia? III/II sec. A. C): 2) Albero del bene e male, Adamo, Eva, Serpente, Codex Aemilianensis, un “testo illuminato” redatto da monaci, Spagna, Alto Medio Evo; 3) Rabbi Isacco il Cieco (1235?) sostiene l’Albero della vita, Cabala Ebraica; 4) Albero del Paradiso, Islam; manoscritto e miniatura tardi tratti dal Mirâdj-nâmeh (poema su Maometto del’840 dell’Egira; 1436 P.C).; 5) Yggdrasill, Albero cosmico, delle civiltà Scandinave, manoscritto Edda Oblongata, 1680; 6) Albero di palma, simbolo d’immortalità, base dell’Opus alchemico riproposto nel Testamentum di Raimondo Lullo (1232/1316). Preso da Micaela Pereira – La sapienza alchemica tra immaginario e filosofiahttp://www.centroicone.it/aspetti.htm

Ci torneremo dopo le procedure!? C’è altro da sottolineare qui che è più connesso ai discorsi fatti tra noi.

 “Miei, tuei, suei” o dell’Analogia. Ho sempre saputo per logica intuitiva che chi aveva sbagliato nell’assestarmi un sonoro ceffone, perché a tre o a quattro anni inanellavo la catena degli aggettivi possessivi nel modo appena indicato tra virgolette, senza ripetere l’irregolare ma grammaticalmente corretto “miei, tuoi, suoi”, era Hilde, mia sorella maggiore anni 6/7 e mezzo, non io. Accompagnava il ceffone l’esclamazione “tonta”. Tano tempo dopo mi davo ragione con la grammatica generazionale. La faccenda, tuttavia, riguardando una bambina e la fertilità esplicativa degli errori, era più nascosta e ci riguarda.

Una storia unica, esaltante. Il 27 maggio 2013 l’Università di Bologna, conferisce nell’Aula Magna di Santa Lucia la laurea ad honorem in “progettazione e gestione didattica dell’e-learning e della media education” a Douglas Hofstadter, Università dell’Indiana, studioso di intelligenza artidodicificiale, scienze cognitive, filosofia della mente, musica, matematica e di cose lunghe da elencare. Evento straordinario, Hofstadter ritira non una, bensì due pergamene dal Rettore; “due piccioni con una fava”. Il padre di Douglas, Robert Hofstadter, premio Nobel per la fisica nel 1961, era stato a sua volta insignito dall’Ateneo cittadino della laurea ad honorem in Fisica. Laurea mai ritirata per la malattia e la morte prematura. L’iniziativa è del Dipartimento di Scienze dell’Educazione ”Bertin”; proponente la laurea a Douglas è Maurizio Matteuzzi dei Dipartimenti di Filosofia e Comunicazione. trediciIl giorno dopo. allo Stabat Mater, su invito del Dipartimento di Filosofia e Scienze della comunicazione e di Matematica, Hofstadter terrà alla cittadinanza la conferenza “L’onnipresenza dell’analogia in matematica””. Famoso per il volume Gödel, Escher, Bach: an Eternal Golden Braid (Basic Books, New York, l979; prima edizione it. Adelphi, 1984),che gli valse il Pulitzer 1980 per la saggistica, a noi interessa per le sue scoperte e teoria dell’analogia. Ne parla la Laudatio di Matteuzzi e, non a caso, il discorso di accettazione di Douglas Richard Hofstadter titola L’Analogia: Cuore della cognizione,

Motivazioni, antecedenti. Perché tornarci su? In materia di analogico/digitale un lato è badare alle definizioni, da verificare con Marzia e voi; altra faccia è ricordare che la questione non nasce con le nuove tecnologie; ha un cuore antico, costituisce una problematica filosofica passata e presente di grande portata.

In soggettiva. Si attribuisce ad Aristotele l’individuazione delle “analogie proporzionali”; esempio Hofdtadter: “Democrito sta agli atomi come Aristotele sta alle analogie”. In realtà, insegnando alle superiori dal 1964, mi esprimevo, dandone conto, a favore non degli atomi di Democrito, ma delle omeomerie di Anassagora, particelle differenti per le qualità non per geometria, aggregabili per analogia. Sono in attesa che Claudio Franceschi – direttore del Centro di Studi Integrati di Bioinformatica, Biofisica, Biocomplessità – mi passi un suo saggio di qualche anno fa ove sostiene cose simili. La questione presocratica rimandava alla tematica delle variabili “continue” e “discrete” che al liceo scientifico avrei ritrovato, esplosa, trattando il Novecento. L’analogia forma di esplorazione-comprensione fece, però, un ingresso conclamato e recepito  con Gianna Pomata nel piccolo gruppo (1977). Mancai, purtroppo, l’appuntamento con le lezioni di Enzo Melandri che gode ora dell’attenzione meritata che non ebbe in vita. Amico di Roberto, maestro di Matteuzzi, il suo ponderoso testo La linea e il circolo: studio logico-filosofico sull’analogia (Il Mulino, 1968), è stato ripubblicato da Quodlibet. Nomino il tutto, perché, sempre se ci saremo (Je), ci siamo dette che il 10° corso transdisciplinare verterà sulla passione di conoscere come oggi conosciamo, e inviteremo i nominati viventi.

 

Cose schematiche dalla Laudatio di Matteuzzi. Intanto, tra quelle importanti e utili che evidenzia, riprendo la sottolineatura del metodo compositivo di Hoftadter: “In estrema sintesi: lo studio della mente umana attraverso l’intelligenza artificiale, la sua riproduzione in vitro sulle macchine digitali, è oggetto di due spinte contrapposte. il cognitivismo fisico-simbolico; il connessionismo dell’emulazione del comportamento “neuronale”. Imitare i processi consci, superiori, o quelli fisiologici, vicini all’”hardware”, alla fisiologia del cervello. Molte diatribe della seconda metà del secolo scorso si possono ricondurre a questa contrapposizione.. il mio credo è che non ci sia una via maestra, in discesa, per la conoscenza; e che, come diceva il mio maestro, Enzo Melandri, in questi casi è meglio non buttare via niente… Il futuro sono i modelli ibridi, senza ideologia preconcetta,  modelli costruiti con gli apporti di molte discipline, nella più ampia e pura interazione fra scienze e saperi diversi”. Ancora un discorso di metodo: niente duel, attenti et et? “Hofstadter  ha percorso questa via. Da un lato egli ha sovente preso l’abbrivio da una struttura di rete, l’aspetto forse più promettente del connessionismo; dall’altro, egli non ha mai ridotto i nodi delle reti che ha concepito a semplici nodi in grado di prendere atto di un valore-soglia, a livello meccanico-subsimbolico. I sistemi sviluppati da lui e dai membri del suo gruppo di ricerca (Copycat, Metacat), collocano, al posto dei nodi-neuroni delle reti connessioniste, sia nodi concettuali, sia vere e proprie routines semantiche, i codicelli, come lui li chiama, procedure in grado di compiere azioni od operazioni elementari, come “trova il maggiore”, o “trova il successivo”, o “forma un legame tra X e Y”, o “distruggi un legame tra X e Y”…

L’idea è che la mente, o il sistema mente-cervello, sia una gerarchia variabile di livelli intrecciati, uno strano anello procedurale [corsivo r] che produce lo strano anello della coscienza. Hofstadter cerca i tipici processi, meno meccanicistici, della mente umana: l’analogia in primis. Una linea-guida teorica della ricerca risiede nel pensare che ogni processo di pensiero umano sia, ricondotto alle radici ultime, analogia  latu senso. Percepire categorizzare capire, vedere la realtà in molteplici sfaccettature che, dal concreto, vanno all’astratto: atti di pensiero che coinvolgono l’analogia perché siamo in grado di cogliere il diverso nell’uguale, ma soprattutto l’uguale nel diverso. É anche il modo in cui la cognizione viene utilizzata nei campi più ardui e profondi, che riguardano il pensiero creativo e la creazione stessa di nuove soluzioni, scoperte e conoscenze nei più svariati ambiti. Per tale ragione, l’individuazione del nucleo centrale della cognizione nell’analogia, ha un valore che oltrepassa quello della mera ricerca sulla cognizione, per divenire principio di spiegazione dell’intelletto umano, Inoltre, il discorso in merito all’analogia e ai concetti, i mattoni su cui essa si fonda e che da essa sono a sua volta costituiti, non prescinde dal linguaggio e dalle sue forme interlinguistiche. Quesito/Je: QUESTO O QUALCOSA DI SIMILE PUÒ SALTARE? M’inquieta come i Rettili.   

quattordici

*Figure: Escher: 1) Rettili, 2) Salita e discesa; 3) Galleria di stampe.

 Idem dal Discorso di Hofstadter (scritto in gran parte in italiano). L’Analogia “è ciò che ci porta ad ogni destinazione mentale possibile. È il modo di arrivare ad ogni idea, per quanto sia piccola o banale. Invece di essere rare, le analogie sono eventi mentali ipercomuni, anzi onnipresenti, generati parecchie volte ogni secondo, ed è grazie alla continua cascata di analogie nel nostro cervello che riusciamo ad orientarci nel mondo”. Quando/dove è all’opera? In modo diffuso, pervasivo. Come opera? “Un’analogia consiste principalmente nella percezione rapidissima di importanti, ma spesso nascosti, elementi comuni tra due situazioni – anzi, tra due strutture mentali. Una di queste..è appena stata costruita, e rappresenta una nuova circostanza nella nostra vita, una situazione che stiamo affrontando nel momento presente. È il riflettersi nella nostra testa di una circostanza esterna (o a volte interna). L’altra struttura mentale è vecchia, esisteva già nel nostro cervello; essa rappresenta un qualche aspetto della nostra passata esperienza immagazzinata in una maniera condensata. Un altro nome per tali strutture mentali già esistenti è concetto o ricordo”. Le situazioni spuntano nel mondo del discorso e nel mondo fisico – ma questa differenza non le rende situazioni meno reali di quelle fisiche. Approfondimento. Perché non limitarsi a parlare di ruolo delle esperienze passate, invece di ricorrere all’idea di analogia? “Senza un fascio coerente di corrispondenze mentali, non c’è comprensione”; “E il fascio di corrispondenze scoperte quasi istantaneamente ha il

nome di analogia”. Un’analogia adeguata [r] permette a persone (o a animali) di associare una cosa nuova a un concetto già esistente, conosciuto. Siamo  continuamente di fronte a situazioni nuove di zecca, ma non si tratta di situazioni senza precedenti. Quali spie indicano che è all’opera? Andandone alla ricerca, le analogie saltano fuori in ogni dove”.

Casi di crescente livello tra quelli che presentati da Hofstadter. Sostantivi: “l’uso di parole che etichettano nuove situazioni, poiché l’etichettare qualcosa implica l’ignorarne i dettagli senza fine”, rimpiazzarlo con una

cosa analoga astratta. Un oggetto vivo a quattro zampe visto nel giardino non viene compreso tenendo conto di ogni sua specifica caratteristica, diventa una tartaruga. Verbi. Una bimba di due anni dice: “ho spogliato una banana”; avremmo detto “sbucciare la banana”; il verbo non le è familiare; ricorre a un concetto analogo familiare: l’atto di sbucciare una banana è analogo allo spogliare una bambola. Non sente l’assenza della parola giusta, la sensazione di colmare “buchi” lessicali; l’etichetta “spogliare” le arriva per analogia inconscia. Congiunzioni. La “ma-ità”. Un “ma” è un’avvertenza agli ascoltatori di non cadere in stereotipi evocati da ciò che il locutore dice. Le situazioni “ma-ità” hanno un cuore comune; “il locutore lo riconosce istintivamente come un alpinista riconosce un appiglio non affidabile” e dice “anche se quell’appiglio mi tenta, lo eviterò”, come a dire: “anche se pensate di sapere quel che consegue, trattenetevi dal saltare a conclusioni semplicistiche!”. Ci orientiamo nel mondo della comunicazione interpersonale, delle idee astratte, come nel mondo fisico. Un amico ha detto a Hofstadter: “Mia figlia Sara è una sciatrice eccellente e un giorno si è – uhh, voglio dire, ma un giorno – si è ferita”. S’è accorto di aver categorizzato male la situazione retorica. Non era un caso  “e-ità” era un caso ma-ità. L’aspettativa evocata da “sciatrice eccellente” era che Sara non cadesse o, se fosse caduta, che non si sarebbe ferita. L’ascoltatore era tratto in inganno, lui si è corretto. Il ma si sceglie nel discorso per analogia con “migliaia” di situazioni vissute.  Salire di livello nelle analogie, non scelta di una parola, bensì di espressioni più lunghe; “pane quotidiano” nel conversare. Cosa voglio dire se affermo “Andando al Centro D. prenderò due piccioni con una fava”? Posso voler dire che saranno due “piccioni” (lavoro e incontri) “presi” con una “fava” (un viaggio). Non immaginiamo piccioni e fava veri usando espressioni idiomatiche familiari: sono locuzioni lessicali indivisibili, come le parole composte “grattacielo” o “sorridere”. In che senso allora facciamo un’analogia recuperandole dal lessico mentale? Con cosa stabiliamo un’analogia? Impariamo le espressioni via via, sentendole applicate da vari locutori a situazioni diverse; “Leggendo questo libro prenderò due piccioni con una fava – farò piacere all’amica che l’ha scritto, imparerò qualcosa su lei e Fontanellato”. “Se ora il senso astratto di queste parole sembra chiaro, non era così ai primi contatti con la locuzione”, forse a 8 o 9 anni. Non era ovvio il cuore astratto condiviso da situazioni così diverse e di sono voluti molti esempi per mettere a fuoco il concetto. Man mano che interiorizziamo il nucleo astratto, formiamo una struttura mentale con cui si possono fare le analogie. Astrazioni, accrescimento dei concetti. “I nostri concetti sono strutture mentali fluide che, mediante molte analogie successive, evolvono per la durata della vita”. La prima parola di Armando, un anno, non è stata “ma”, ma “Mamma”, usata a nominare la propria madre. Tuttavia, sua madre non è una cosa statica, ma “uno schema di cose che varia costantemente”, al cui centro Armando ha identificato qualcosa di stabile e invariante. Se ha a che fare con l’astrazione e il fare analogie, il concetto iniziale Mamma di Armando costituisce solo le fondamenta di un futuro grattacielo. Presto realizzerà che altri bambini hanno mamme e la categoria mamma perderà la “M” maiuscola, si arricchirà, per esempio con l’aggiunta della mamma del gattino. Armando vola in una stratosfera di astrazione mai sognata. Un anno dopo, riderà quando la nonna dirà che una volta non accettava l’idea che la sua mamma avesse una mamma. A questo stadio, la struttura mentale chiamata “mamma” nella sua testa diventerà anch’essa mamma, partorirà la categoria più astratta “madre” e  a poco a poco estenderà la sua capacità di astrazione abbracciando madri mitologiche, Madre Natura, terre madri,  schede madri e “l’Alma Mater Studiorum”.

I computer, altro esempio d’estensione categoriale dovuta a cascate di analogie. Considerati spesso lo sviluppo più rivoluzionario del presente, “ironicamente” usiamo verso di loro analogie attraverso nozioni in prevalenza pre-informatiche”: scrivania, documento, cartella, copia, cestino. Trent’anni fa, non sarebbe stato ambiguo, ora ci si può chiedere se si sta parlando di oggetti su una scrivania fisica o di icone su uno schermo. Il concetto di “scrivania” è a sua volta testimone di estensioni senza pari. Le scrivanie virtuali sono collegate con altre scrivanie per il fatto astratto di essere spazi di lavoro.

Siamo agli strani anellidi Escher.Il Mosaico parietale (Moschea di Damasvo) alberga Nostalgia di simmetrie, linee semplici (Je)?

quindici

E via andare. Evito di parlare delle analogie “usa e getta”. Cr sono esempi di “lì”, proprio quì”, che coinvolgono Einstein che una lezione a Bologna la fece, e Feynman, assai noto fisico, che a sorpresa entrò in un’aula al Caltech dove parlava Hofstadter e crea un diverso modo di dire di lui “si è seduto proprio lì” indicando a Bologna i lato destro di Santa Lucia come “lo stesso” lato dell’episodio alla California Institute of Technology. A maggior ragione, per entrare negli “strani anelli”, occorrerà leggere libri, non la esposizione di un signore appassionato, gentile che per farsi capire da tante/i comunica posizioni essenziali ridotte all’osso.

Chiusa. “È una visione, dice, unificata della cognizione, e l’analogia ne è il cuore. Possiamo sperare che questa visione sarebbe piaciuta ad Aristotele precursore dell’analogia; “a me piace immaginare che essa sarebbe stata ad Aristotele come Bononia e la sua universitas stanno a me – cioè, a cuore”.

sedici

AMICHE, so che a volte il riassunto ultimo è una selezione/paraftasi (Matteuzzi/Hofstadter) e non di più. Mi è parso che necessario metterci in condizione, attraverso una semplificazione/riduzione/precisazione, di avere un nucleo di parole in comune, anche se risultassero non condivise, quando Marzia “ci farà lezione”.  Discussioni come le nostre dove spesso siamo consapevoli dell’ambiguità, dilemmacità, indecidibilità di ciò che affrontiamo (indeterminazione), meritano dl muoverso con maggiore puntualizzazione determinazione lessicale e concettuale.

 

Ho desiderato anche capire meglio – ognuna di noi ha preso a farlo – dove il ibretto Azzurro e lo sconvolgimento che propone, toccano vene (scarse) della mia perplessità e incredulità: abbiamo accumulato nei secoli dei secoli trasformazioni fisiche, mentali, culturali. Né da un punto di vista storico-naturale temperato, né da uno storico-culturale complesso, né nelle mie istanze spirituali necessarie riesco a credere a una mutazione “genetica” onnipervasiva a partire da macchine.

 

Affetto e alberi (sfere, ellessi, strani anelli. r

diciasette

 

Dal “letto”. Città. Giovedì 19/sabato 21 settembre 2013.

 

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