Ancora sulla terza restituzione (premessa) :: la festa è finita

20 ago, 2013 by

Ancora sulla terza restituzione (premessa) :: la festa è finita

Non è più quel momento, non ha lo stesso senso ora. Mi giustificherò più avanti.

Nel segno del comando. “La restituzione della serata ora conclusa dovrà arrivare all’una e 45 di questa notte. Il titolo c’è; c’è, a chiusura, un fraseggio epico con rovesciamento ironico. Si può fare. Fallo”. L’ingiunzione della regia, orologio alla mano, cade su un Quartetto ridanciano, assiepato nel congedo in uno stretto familiare accogliente corridoio. Un’amicizia di anni e imprese comuni alle spalle o in corso, da poco si vedono in modo nuovo. É il 3° incontro, fatto salvo l’avvio; è mezzanotte. La solista precettata al fare non si scompone più di tanto, rimugina: una restituzione obbligata, se impossibile, diviene una restituzione obliterata. Non perde, però, l’occasione di sottolineare quanto ha sostenuto in passato: “Vedete che comanda? È vero, dunque, che c’è stato un tempo in cui lei comandava e io ubbidivo”. Un bel tempo, in realtà. Adrienne Rich, allora, non aveva scritto Terza Rima o Salvataggio di Mezzanotte. Chi la leggeva, allora, sapeva di lei più il femminismo che non il poetare. Le due in questione, tuttavia, sapevano da sé la bellezza, la giustezza dell’alternare il posto di comando e quello dell’ubbidienza. Vale la pena, adesso, di sentirlo profetare dalla poeta.

Terza rima
1
Ti narrerei quindi aiutami se potessi
il gran maestro
che mi apparve al fianco dicendo:
Scendiamo all’oltretomba
– la terra già spaccata
Lasciati prendere per mano
ma chi potrebbe essere?
tremante sulla crosta aperta
di chi fidarmi?
Divento il maestro mancato deragliato dalla memoria assaltato
zoppicante
che non ho avuto mai io conduco e io tengo dietro
4
Ho perso la nostra via la colpa è mia
nostra la colpa appartiene
a noi divento la guida
che avrebbe dovuto mancare
che avrebbe dovuto rimanere novizio
io come guida ho fallito
io come novizio…ho tremato
avrei dovuto essere più forte tenerci
uniti
7
Non è semplice svolgere
il lavoro della guida i novizi
irrompono a ogni ora con il loro eccesso di vigore
senza sapere chi sono
ogni fase della luna una scusa
per fibrillare
oltre il bisogno nel mondo d’oggi
pensare
a espandere il nuovo pensiero- O: l’amore ti muoverà con forza
o lo farà il commercio
Vuoi un prete? vai all’altare
dove accordi eterni sono conclusi
vuoi amore?
discendi nel tuo cuore distruttibile 

 

 

 

Salvataggio di mezzanotte
3
Non ho mai confidato che la speranza prendesse
forma piena durante la mia vita : : non sono mai stata così ottimista
da credere che vecchie ferite potessero trasmutare facilmente
grazie a un singolo evento o a un’idea : : mai
così incosciente da ignorare il contagio controllato
dell’ignoranza le discontinuità artificiose
la destituzione di capi e futuri capi
la patetica esaltazione di profeti
Ma credevo di cospirare, respirare al ritmo
sistole-diastole della storia
ventimila leghe sotto il mare un mammifero battito cardiaco
che custodiva un altro battito
si slanciava dalle Farallon a Baia
mandava qua e là i soffi di un segnale
e a volte si arenava
alla ricerca di acque più calde
dove partorire il nuovo : : anche se lontano dai miei occhi
4
Ma durante la mia vita non mi aspettavo nemmeno
Di assistere a questo : : non sono stata profonda
lucida o saggia potresti dire abbastanza
da prevedere con gli occhi iniettati della storia
questo commercio questo relitto di corazzata staccato
da tutti i voti, giuramenti, decreti, accordi, promesse : : Vedere
non O il mio Capitano
caduto freddo & morto per mano dell’assassino
ma freddo vivo & servile: : bere con gli assassini
in abito di seta nera di Hong Kong
spingere la figlia con la sua gonna rosa
strizzata alla vita
a ballare con i trafficanti
di gas nervino dicendo Avanti
e alla ragazza Svégliati
5
Ai tempi in cui mangiavo e bevevo liberazione un giorno sono andata
a braccetto con una che diceva di avere qualcosa da insegnarmi
Era il viale con le sue abitatrici
affrancate dalla casa : : senzatetto : : donne
senza stoviglie da lucidare o letti da rifare
o pettini da passare tra i capelli
o acqua calda per togliere il grasso o scatolette
da aprire o sapone da passare così
sotto le ascelle poi sotto i seni poi lungo le cosce.
Bidoni di benzina in fiamme sotto l’autostrada
e bottiglie afferrate da giacigli di cartone
e pile di oggetti smarriti e ritrovati da passare di mano
in mano
e figure che si organizzavano contro il vento
In questo viaggio mi ha portato : : E mi ha detto
Il mio nome è Liberazione e sono nata qui
Di cosa hai tanta paura?
Abbiamo ciondolato fino a tardi nei bar come pipistrelli
al semaforo ci siamo date il bacio della buona notte.
credevi che portassi questa città senza dolore?
credevi non avessi famiglia?
Adrienne Rich,. La guida nel labirinto, Crocetti 2011

Cronologie. L’impresa di lunga durata che insieme le riguarda, l’aggregarsi dell’Associazione Orlando e la costruzione del Centro di documentazione, ricerca e iniziativa delle donne a Bologna, gode di una cronologia depositata a computer e in carta nell’Archivio storico del Centro. Debitore a documenti ufficiali – il Centro sorge in convenzione con il Comune cittadino grazie anche a sponde femminili al suo interno -, quel primo schema cronologico taglia corto con gli antecedenti dell’iniziativa che riposano su idee e atti di gruppetti diversi, l’uno derivato dal femminismo plurimo degli anni settanta da datarsi nel 1977, l’altro dal femminismo emerso nel sindacato da datarsi in un arco temporale limitrofo. Nel marzo 1981, un breve articolo del numero 1 della rivista «Memoria» sulla nascita del centro bolognese nomina il Comitato tecnico scientifico che il Comune chiese alle ideatrici di scegliere dentro/fuori l’università per dare veste formale al percorso. Nell’impresa di fine anni settanta e primi anni ottanta tre delle Quattro.Quattro del 2013 entrarono subito, una quasi tre lustri dopo in un tornante storico, almeno per l’Italia, dell’era cibernetico/digitale. Raffaella, allora insegnante di storia e filosofia al liceo, c’era dalla prima ora; Giovanna, al tempo docente di cinema, arrivò durante la ricerca di singole donne dell’ateneo che, unendosi al nucleo originario, costituissero il Comitato in grado di dare corpo al Centro e che, di fatto, istituirono il gruppo poi divenuto Orlando; Elda, al momento funzionaria sindacale, contribuì a comporre il papier progettuale I percorsi dell’identità femminile che concretò l’iter; Marzia, al suo affacciarsi tecnica informatica dell’università, si presentò tra il 1993 e il 1994.
Coro di soliste? Un’idea regolativa, non solo una felice metafora, era che Orlando dovesse agire in libertà e vincoli come “coro di soliste” (Raffaella) capaci di iniziativa e creazione quali singole nel gruppo, mai solo come collettivo. Per le 11 donne degli inizi, alcune protagoniste di piccoli gruppi di autocoscienza, l’avventura di generare un’istituzione sessuata richiamava più il modello del gruppo creativo – descritto in seguito in L’emozione e la regola. La grande avventura dei gruppi creativi europei di Domenico De Masi, che annovera tra i casi esemplari il Bloomsbery group avviato a casa di Virginia Woolf wolfnel 1907 – che non la concezione dei gruppi-soggetti individuati e nominati nei primi anni settanta da Felix Guattari. Troppo forte era in ciascuna la necessità di dire io, troppo salda era in alcune la fiducia nell’’autocoscienza come metodo di elaborazione dell’esperienza e della relazione tra donne per non esigere lo scostamento dal marxismo, dallo strutturalismo, da loro mescolanze e dal, cosiddetto, primo Foucault. Individualità (singolarità), soggettività e soggettivazione erano bussole inevitabili del discorso neofemminista. Comunque stessero le cose, al principio era il gruppo e il gruppo era la parola (si sa, niente e nessuno regge il passo con la fonte originale di quest’ultima espressione).
Quartetto? Presumibilmente Il coro di soliste rimane l’idea regolativa della formazione Quartetto. Pur tuttavia è soprattutto dalle sue pietre di paragone e confronti, dalle sue assunzioni, invenzioni e svolgimenti, dai suoi prodotti ed effetti che lo verremo a sapere. Lasciamo, dunque, che agisca in santa pace e in latenza fino a che intenderà esserci in tale veste.
Riprendiamo, perciò, a riprendere la terza sera. Pur cominciando da dove Giovanna ha ingiunto, comincio di fatto da un discorrere che chiamerei Monothematic. Il pluritematico in altra parte.

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La festa è finita. Siamo nel corridoio, liete, forse un tantino compiaciute (non si può venire sempre al meglio in fotografia) della piega presa dalla serata dopo un via frammentato, dispersivo, incespicante. Tutte sanno che e quando si sono dati spostamenti; quando il parlarsi ha preso a girare a ritmi e livelli che corroborano il piacere e il senso del modo di incontrarsi che è la novità del farlo. Affinché troppa allegria non ignori il contrappasso, Giovanna enuncia liquidatoria: “Niente è reale”. Sottinteso: bando alla certezza, ragazze, di avere avvistato qualche “realtà”, di avere posto in essere qualche scatto di prospettiva se non di categoria per osservarla. Giocoforza enunciare a mia volta in risposta: “La festa è finita”. Giovanna, che è regista, ha proseguito perentoria: “Sarà il titolo della restituzione”, dettandone i tempi assurdi che si sono detti. Una ridarella o risarola generale ha intensificato le risate in corso.

Prove di interazione? Anticipare in gruppo una restituzione, dopo altre compitate ad un computer solingo o tra solitari notturni e dell’alba, ne altera la sequenza, la fluenza? Parrebbe di sì. Entrano nel conto osservanze a priori: il titolo assegnato al compito di titolo preme per mostrarsi e si fa opportuno introdurlo presto purché ti lasci tranquilla; andrà ricostruita a due, chi deve renderla e chi l’ha pronunciata, la frase icastica di chiusura, che immediatamente é suonata ardua da ricordare (Clint la pronunciava in Gunny?). Compromissione del libero narrare? Interazione e compromesso sono davvero facce antitetiche in una breve scrittura? Ci aspettano passi  netti e robusti se continueranno a spuntare semi intenzionali di lavoro cooperativo. Non abbiamo approfondito il tema nella serata, benché siano noti e già incrociati in città esperimenti creativi firmati da nomi in comune di gruppo. Piuttosto,  nel discorso, sono entrati in contatto fili diversi della ricerca che si va facendo. Si parlava di “Movimenti di democrazia” (Giovanna), conversazione pubblica che Marzia sta organizzando e il 23 aprile raccoglierà esperienze di singoli e gruppi della rete al Centro.

L’attuale, il gruppale, il femminile. Il tema della conversazione del 23 ha bruciato sul traguardo il primum movens, vale a dire la curiosità immediata di conoscere donne elette –  una sconosciuta 2volta tanto molte e di età media sotto lo standard della gerontocrazia. Per un certo verso, l’incontro con le  elette avrebbe potuto proseguire quello bolognese del 9 febbraio, puntato, dalle milanesi ad esempio, sulla maggiore disponibilità di donne a entrare nelle istituzioni rappresentative e sull’opposizione (in prima istanza linguistica?) tra la rappresentanza e la rappresentazione, spesso indagata dal femminismo. I due oggetti del discorso avrebbero potuto disporsi in due puntate riconducibili a un comune denominatore (così le avevano ipotizzate le Responsabili di Orlando lasciando, poi, caderne una). Peraltro, un anello di passaggio dall’incontro con le elette a quello con le/gli abitanti esperti del web sono stati il fenomeno Grillo e le deputate nelle liste del M5S. A mettere in dubbio che le cose siano andate innanzitutto così vi sono, tuttavia, alcune osservazioni. La proposta di incontrare le elette è  riconducibile, in Orlando e nel Quartetto, ad una propensione intuitiva verso i volti e le opzioni femminili, se ci sono, della novità politica non perspicua cui assistiamo, e non a una strategia; il sottotitolo di Movimenti di democrazia: Conversazione con blogger e gruppi di scrittura collettiva sulla libertà di espressione e presa di parola pubblica nel web punta più sull’attuale e sul gruppale che non sul femminile. Varie, nel Quartetto, hanno sottolineato che Orlando, da momenti lontani, ha familiarità con i faccia a faccia rivolti a candidate ed elette (per Bonino e Gabanelli, potevano partire allegri telegrammi?); paiono, pertanto, insolite resistenze e lentezze a promuoverne ora.

Passo oltre: viva attenzione abbiamo riservato agli impliciti della scelta che è prevalsa.
Quindi. Tu, carissima Marzia, pensi che non sia adeguatamente inteso, neppure dalle amiche, come la rete sia per tutti, consapevoli e inconsapevoli, ambiente e non strumento;  che il volume di presenze in rete e le manifestazioni specificatamente politiche della rete non siano a sufficienza considerate nella loro valenza di mutazione; insomma, che l’attuale del contemporaneo (questo stesso messosi fuori dal moderno) sia la rete e che sia ora che ci mettiamo in riga se non sull’attenti al suo cospetto. Noi ti abbiamo incalzata: cosa si vuole dire/fare con la conversazione? Tu ammassavi argomenti di un medesimo tenore:  chi opera in rete ha constatato di avervi trovato spazi inediti e forme proprie di autonomia ed estrinsecazione. Noi, sulla massa convinta dei tuoi richiami reiterati a stati di soggettiva invenzione e soddisfazione, reiteravamo interrogativi sul senso, incidenza, efficacia dell’esprimersi in questione a fronte del reale (attuale) che ci troviamo a fronteggiare e vogliamo cambiare. Non questioni di digital divide, non dubbi in ordine alla rete quale ambiente, non sul fatto che essa ci ha modificate e ha mutato il linguaggio; ma un a chi importa, dove ci porta, a chi/cosa serve? La conversazione a venire, nello scambio, si è chiarita, a partire dal dato rilevante che tu e non altri devi condurla. Al motivo della rete si è accompagnato il basso profondo della voglia di riflettere sul gruppale. Forse chi c’era ricorderà che il termine “gruppale” entrò nei nostri discorsi (Orlando) quando Patty V. ed io conducemmo un bel seminario in un bell’agriturismo. Alessandro mi aveva fatto leggere un libro pionieristico di psicanalisi di gruppo; Patty V. vi si era interessata. Un approccio cruciale per comprendere qualcosa della forza dell’”in comune” che la formulazione “individuale/plurale”, lasciata sola, non riesce a cogliere a pieno e che l’ossimoro “coro di soliste”,  lasciato alla sua costitutiva instabile dualità, può solo indicare. É un nodo della riflessione sull’attuale, un fuoco sotterraneo poco esplorato, che guida le attenzioni di Quartetto? Anima la voglia di confronto con gruppi di scrittura collettiva? Con chi si dà nomi collettivi anonimi qualsiasi sia la sua pratica politica? A partire dal nomen omen di Anonymous? Certo, è il nodo su cui era deciso che vertesse il secondo anno di Forme di vita e forme di politica. Abbiamo raccontato, Marzia ed io, come ragiona Carlo di Ippolita (detta Apollonia), la teoria delle lingue differenti parlate dai quattro componenti e del lavoro di traduzione necessario a capirsi in quattro e a scrivere a otto mani. Marzia ha nominato le mirabili Sexy Shock e, al mio encomio per la loro tempestività e grazia nel presentarsi ognuna come Betty (più i Betty Bookshop e il Bettybooks’s webblog), fuori cena mi ha rampognata: più tempestivi i Luther Blisset. Anyway … e il femminile?

anomymous Dartagnan-musketeers

 

Digressione. United As One, Divided By Zero, Tutti per uno, uno per tuttiIn un gioco di rimandi, da ignorante totale, mi sono messa a documentarmi sulla maschera di Anonymous. Mi ricorda I tre Moschettieri e la ho cercata sulla scia della Francia narrata da Dumas. Non è serio googlellonare? È rapido, comodo. Bingo: Guy Fawkes era inglese, non francese; nel 1605 cercò di far saltare in aria il Parlamento. Ha ispirato prima un ottimo fumetto, poi il film cult del 2005 V for Vendetta, da cui Anonymous ha preso la maschera e Grillo la V. Più bello invero, lo slogan di Anonymous riecheggia quello dei Moschettieri, risorto di tempo in tempo in milieu popolari assai diversi. Indica l’unità invincibile (divided by zero) del gruppo. Possiamo comprendere – se sapevate tutto, perdonate –  che dal romanzo di appendice alla cultura delle generazioni multimediali (c’è in mezzo il punk anni settanta) l’idea o il mito del di più, del potere del gruppale s’è mantenuto. Pur se cito “Libero”, giornalaccio di destra {“anonymous: cultura popolare contemporanea, agglomerato dei concetti fondativi degli ultimi decenni di mercato, di scienza, spettacolo, letteratura, musica […] frutto maturo della generazione multimediale, che per la prima volta ha consapevolezza di un potere e lo usa per insorgere contro un mondo che vede antico e che ostacola la nascita di nuove categorie. di pensiero, di mercato, di società”}, è oltre le sue strade che si potrà procedere ricercando ogni rifiuto o scostamento, ogni ripetizione produttiva e oltrepassamento agiti dal femminile.. . Ogni DISTANZA ed eccedenza, quindi.

striscia

 

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La mossa del cavallo. Qualcosa si è già smosso quando tu, Elda, compi la mossa doppia del cavallo: prima domandi cosa intendiamo per cambiamento, termine il cui nostro uso frequente reputi indeterminato, poi secca asserisci: “I partiti sono finiti? Perché non concluderne che anche i movimenti lo sono?”. Il periodo, portato a sillogismo, recita:  se i partiti sono finiti (Finale di partito, Revelli) e movimenti e partiti sono una coppia di opposti consustanziali nel pensiero politico, la sorte degli uni reca con sé la sorte degli altri. Una sferzata avvertita da tutte. <Ippolita, aveva raccontato Carlo a Marzia e Raffaella, opera per ridurre il danno, oppone conviviale e industriale, si attiene alle piccole scale. Su piccola scala alcuni serbano paradigmi del moderno come progetto/previsione, prognosi/diagnosi (ippocratico, l’ultimo, in verità)? O scientemente vi rinunciano? Noi non sembriamo sfiduciate, l’attitudine è positiva, anche se, nell’avvicendarsi di soggetti e movimenti, veloce perfino in un paese bloccato come il nostro, sembriamo abili più ad un possibile inventario di posizioni in campo che non a capire gli scenari che esse disegnano. Tu, carissima Elda, hai detto (in separata sede) che un imput a interrogarti e interrogarci sulla fine dei movimenti ti è venuto dal passaggio sui gruppi-soggetti. Non so cosa hai visto; per tornarci su  cito alla lettera il passo incriminato di Deleuze. Salto, però, la reazione impulsiva che ha portato noi, tue amiche, a porre distanza tra movimenti e partiti, quasi che l’arresto del movimento/movimenti sia impensabile anzi che impensato; quasi arrestasse la vita stessa e l’essere (novecentescamente vitaliste, arcaicamente eraclitee?). Horror, ripulsa, come se alle più paresse impossibile prendere in considerazione il paragone? Moti leggeri, scettici, niente conati o convulsioni. Varrà la pena di tornare sulla declinazione negativa: se sono finiti i movimenti, allora … .

Il Gruppale. Cosa scrive Deleuzee, al di là di un linguaggio che può respingerci? Un’indicazione doppiamente positiva: “È evidente che una macchina rivoluzionaria non può accontentarsi di lotte puntuali e locali; iper-desiderante e iper-centralizzata, deve essere tutto questo allo stesso tempo. Il problema riguarda dunque la natura dell’unificazione che deve operare trasversalmente, attraverso una molteplicità, non verticalmente e in modo da schiacciare la molteplicità propria del desiderio” (introduzione a Guattari 1972). Per Guattari (Una Tomba per Eldipo, 1972) i gruppi-soggetti sono capaci di introdurre rottura nei processi di identificazione. Ci riguardano, subito e oggi, la delineazione dei gruppi-soggetti; la sfida dell’unificazione. Affidiamo alla storica tra noi di comparare il contesto anni settanta e le mutazioni nello stato di cose attuale? É più urgente il recupero di esperienze/riflessioni sui piccoli gruppi e sul gruppale in genere. Non ci soffermiamo più di tanto: sappiamo che importerà farlo. Per sommi capi, propongo ora dei passaggi per tornarci, se vorremo. Sull’autocoscienza basta il saggio di Manuela Fraire che, chiarito cosa fosse, evidenzia come fu errato abbandonarla precocemente. Taccio anche la logica dell’et et che, quando ha funzionato, regolava i rapporti nell’Old Orlando prima ancora dell’approccio a donne di versanti opposti nei luoghi di guerra. Dulcamara (l’agriturismo che ospitò Orlando) porta più vicino. Voleva rispondere non solo a interessi teorici, ma a conflitti interni e al disconoscimento dell’autocoscienza quale modo del loro superamento in donne di più giovane età, identificando insieme, con nuovi dispositivi euristici, forme di legame e di riflessività possibili a un gruppo a generazioni variate e variabili (New Orlando). Da anni le cose non stanno così: donne giovani utilizzano modalità che chiamano autocoscienza; e, poiché non si tratta di andare cercando una virtus dormitiva che debba esserci in ogni sonno perché sia un sonno, bensì di constatare arie di famiglia negli usi e denominazioni, di autocoscienza si tratta. Ora, nel tracollo e distanza delle forme tradizionali di politica, nella segmentazione e disastro sociale, se il punto è la vita buona per ciascuna/o, se la relazione resta il cuore delle pratiche, la verifica della valenza e potenza del gruppale, il nodo dell’unificazione della molteplicità delle condizioni e manifestazioni (effervescenza?) sono al cuore dell’attuale. Anche per noi?

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Vi penso. Ammutolisco, non ho lumi. Le due, le tre di notte. Ci sono stati i giorni dei lunghi coltelli. Cosa ne verrà fuori? La paura può essere sentimento amico: allerta. Non è paura. È sbigottimento? È arresto, disarmo, impotenza. Non un barlume di diagnosi adeguata; solo la  prognosi riservata. Nessun desiderio di sentenziare sulla cecità, l’errore; pietà umana verso alcuni dei vinti. Orrore davanti a vecchi vincitori che ritornano. Marzia, a tv accesa, mi ha distolta dallo stare in disparte; mi ha fatto la cronistoria del quarto voto. Per qualche ora ho tenuta accesa a mia volta la tv. Non desidero esercitare critica. Mi trovo a rimuginare concetti come “contesto” e “massa critica”. Un contesto, per quanto blandamente progressivo, lo ritengo tuttora preferibile. Ci è stato sponda. Non so cogliere il nesso tra gruppale e massa critica, che mi attardo a credere essenziale. Niente palazzo di inverno, niente massa critica? Ho pudore (e timore) perfino a desiderare “una guida nel labirinto”. Ovvio avvertire futile il mio scrivervi puntiglioso. Lascio le cose là dove sono. Abbiamo da fermarci a capire. Abbiamo (mi auguro) altro da pensare insieme (anche per il 23?). Cosa pensate?

Shiva danzatore

Shiva danzatore

 Shakti

Shakti

 Shakti Yogi

Shakti Yogi

 

Non concludo. La fedeltà al destinatario richiesta dallo scrivere lettere (queste mie lo sono) esige che lasci al vostro giudizio ciò che era solo abbozzato al vostro indirizzo… .

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Nel politematico. Entêtement e fastîdi (francese e dialetto bolognese). Giovanna si è intestardita? Raffaella se ne infastidiva? Su cosa? A posteriori, si può dire che avessero ragioni entrambe; anche se solo una chiosa di Elda ha tratto questa conclusione. Antefatto minimo: arrivo regolarmente un poco dopo di voi, per via dell’imballare i tegami da spostare senza sbrodeghezzi da casa mia a casa di Marzia. Stavate parlando del referendum del 26 maggio sulla scuola dell’infanzia a Bologna; Marzia ci aveva inviato della documentazione (WU MING). Ciò che dicevate era giusto. In sintesi, e tornando al tempo verbale qui usato, Giovanna afferma che il quesito referendario è malposto (vero); si può sostenere che porti ad un esercizio sprecato di voto; bene sarebbe stato mettere in condizione chi voterà di conoscere a quanti bambini il sistema pubblico integrato bolognese consente di accedere alla scuola e quanti bambini vi accederebbero in un sistema alternativo. Più avanti, torna sul tema. Raffaella s’increspa, stoppa: “stasera non si riesce a parlare”. Poiché, viceversa, si parla, rifiuta temi passibili di schieramento, schermaglie? Lo stile con cui ci rivolgiamo le une alle altre non crea rischi neanche in caso di conflitti accesi (e l’ironia salverebbe comunque). Per lei, si tratta piuttosto di stare a pochi (nostri) fuochi di attenzione; Giovanna sa che è lecito parlare di ogni cosa. In che modo? Mi pronuncio – ideologicamente? – per la posizione contraria a dare denaro pubblico al privato. La molla è il divario espropriante che in brevi anni ha portato miliardi di persone a vivere in miseria, non in povertà. Il pubblico del welfare, che non è lo statale, va ri-appropriato. Tu, Giovanna carissima, mostri la sensatezza di pensare il pubblico in modo più articolato e libero (sussidiarietà, innovazione progettuale, verifiche). Di quattro una non voterà, una tace. Elda chiosa: ne è venuto un caso di studio, non si è perso tempo parlando di referendum.

Due casi di studio. Giovanna insiste; solleva un aspetto contiguo che va sollevato. Il mio le pare un passo indietro: chiude al principio di sussidiarietà che abbiamo praticato. Precisiamo, assistite da Elda. Giovanna nota che la convenzione del Centro donne si è basata su quel principio. Le ricordo che parlavamo di una quadruplice radice del rapporto con la municipalità e che solo tardi (zona Guazzaloca) l’abbiamo definito sussidiario. Al regime paritetico stabilito dalla convenzione tra due soggetti giuridici – Orlando si fece associazione (1983) per essere soggetto formalmente riconosciuto -, connettevamo un’idea di “doppia sovranità maschile e femminile”. La cessione di sovranità operata a nostro favore dal governo locale riguardava il pubblico, consentendo che l’Associazione fosse guida di uno spazio sessuato della città in luogo del Comune, e riguardava il personale, poiché quella guida era esercitata in nome della differenza sessuale tra uomini e donne. Giovanna allarga lo spettro delle giustificazioni razionali fornite per legittimare un’esperienza politica inconsueta e di tanto in tanto osteggiata, spingendomi a ricordare che le prime letture sul principio di sussidiarietà, fatte allo scopo, recano il nome di Giuseppe Cotturri. In tempi risalenti più o meno a un lustro fa, l’attenzione si spostò al lavoro di Gregorio Arena; l’espressione “cittadinanza attiva” entrò nel nostro dizionario, nonostante la sua neutralità di genere (vi aggiungemmo l’aggettivo “femminile”). Il perno su cui ruotava la legittimazione del ruolo della cittadinanza attiva, il principio di sussidiarietà orizzontale, era entrato nella Costituzione con la riforma del suo Titolo Quinto. Inutile riferire la frequentazione di LABSUS, news online che documenta il lavorio diffuso che un numero in aumento di donne e uomini attivi compie. La  voglia è di guardare se è costato, e dove ci è costato, ogni slittamento di parola intervenuto.

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Racimolare. E il femminile? In un diverso gioco di rispecchiamenti, rimandi, rimbalzi, Marzia ha chiesto ciò che spesso chiedo. Ed ancora: perché troppi riferimenti maschili? Posso sbagliare; ho l’impressione che ora per i riferimenti femminili, tocchi “racimolare”, raccogliere ciò che si trova allo stato di briciola, goccia, omeomeria: documenti, articoli, eventi, incontri, pratiche. Sarei andata a Roma, all’incontro voluto dal Gruppo del mercoledì. Il coraggio di finire  e  La cura del vivere sono considerevoli letture/proposte venute da loro. Non ho l’energia ora. Chi raccoglierà? Meglio se aveste indicazioni di spinte vostre o di donne in carne e ossa da mettere in comune; ditelo. Io ne cercherò e le condividerò.

Il consiglio di Rosaura.  Ha una singolare competenza estetica e sveltezza concettuale, la mia giovane amerinda peruviana, che ama esercitare: né dee, né donne del passato; donne in carne e ossa che facciano cose che gli uomini non credono possano fare. Un’astronauta, per esempio. Vedremo cosa pensano le altre, ho ribattuto.

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Il giuramento della palla corda riporta fuori di noi ………………………………………………………………………

 

Problemi con la frase di chiusura: “Tu combatti per il compagno che hai al fianco in trincea, altri diranno, dopo, che hai combattuto e sei morto per la patria…”; completava questa critica della retorica, un ribaltamento ironico al modo di Giovanna. Non lo ricorda; chi lo ricorda, lo comunica? In extremis, prima di inviare, le ho telefonato. Smentisce che il film sia Gunny; è Flags of Our Fathers, Clint Eastwood ne è il regista, la battaglia è quella di Iwo Jima del (famoso) monumento del pianta bandiera americana.    

 

Ad meliora? Un abbraccio, sempre. Raffaella

 

PS. Scioglilinguagnolo. Giovanna andrà a chiedere in libreria  quattro Quattro Quartetti di Thomas Eliot per ciascun quarto del Quartetto delle quattro. Qui Il gioco dei rimandi tende all’infinito….… .

 

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