Mamma, non mamma – 2

Qualche giorno fa abbiamo cominciato ad affrontare la questione della maternità, vista da una madre giovane, consapevole, precaria e femminista, con Tre domande facili e una difficile – poste da Irene Guadagnini. Ecco le risposte.

  1. Ma chi te l’ha fatto fare?

Ho sempre saputo che sarei voluta diventare madre. Ma ho sentito che volevo davvero diventarlo quando ho conosciuto Simone, quando me ne sono innamorata e ho sentito, capito che era lui la persona con la quale condividere e costruire la mia vita. Prima era un pensiero lontano, non reale, che si traduceva nel percepire nettamente che non era un vero e radicato desiderio che volevo realizzare. Non so se posso parlare di istinto materno – ci credo poco, penso che la vita di ogni donna, di ogni persona sia attraversata da diverse fasi, esigenze, desideri che mutano – penso, piuttosto, che mi ha sempre affascinato l’idea della potenza della maternità come straordinaria opportunità che solo le donne hanno, come esperienza di profonda conoscenza di sé, proprio nel momento in cui la propria vita, corpo e anima vengono travolti da un qualcosa di più grande, sconosciuto e miracoloso che non è possibile controllare del tutto; qualcosa che rimette in discussione, che forza e accompagna insieme al cambiamento e a una nuova costruzione della propria identità. La maternità che ho sempre immaginato è legata a una decisione consapevole guidata dalla testa, dal corpo, dall’anima e dall’amore, un atto non subito. Per questo sento di essere grata e vicina alle tante donne che hanno lottato in passato per fare in modo che questa scelta fosse percorribile, se voluta, per tutte le donne. Perché si tratta di scegliere di volersi prendere cura e amare in modo incondizionato un altro essere umano, cercare di dare il meglio a un altro essere umano che è inscindibilmente parte di te, ma altrettanto inesorabilmente e meravigliosamente altro e diverso da te. Gibran, ne Il Profeta, parla di una freccia che è già scoccata dall’arco e che volteggia nell’aria.

Cielo, mica una cosa da poco, da scegliere, in effetti!

E poi ci sono le condizioni materiali di vita che scoraggiano questa scelta. Anche nel caso mio e di Simone, in effetti è così. Non godiamo di una salda “stabilità” professionale ed economica, è vero. Siamo entrambi precari, ma non è che sia qualcosa di eccezionale, intendiamoci. Per questo non mi sento un’eroina o di star compiendo un gesto particolarmente eroico. Semplicemente, ad un certo punto, ci siamo chiesti se sarebbe mai arrivato il fatidico “momento giusto” che molte persone e molte coppie attendono prima di cercare di diventare genitori. Insomma, non ci convinceva più l’idea di aspettare in vista di un futuro migliore e più sicuro che prima o poi arriverà. Innanzitutto chi ce lo garantisce che arriverà davvero? E poi, la vita continua a scorrere nonostante i contratti che si spera ogni volta ci vengano rinnovati, e la domanda è… e se io volessi diventare madre ora? Ci saranno mai delle condizioni ideali? E se fosse tutta una trappola quella di rimandare ad un ipotetico, migliore futuro? E, ammesso e non concesso, che arrivi il fatidico “momento giusto”… e se fosse troppo tardi? Se non riuscissimo più ad avere bambini? Questa era una delle mie vere paure.

Non rinuncerei mai – non è proprio mia intenzione – rinunciare alla mia vita lavorativa e professionale, all’impegno politico e sociale e ritengo che non sia importante solo arrivare a presunte mete, ma che sia irrinunciabile anche il come ci arrivi. E la vita non è a comparti stagni, è fatta di tante cose che succedono, capitano anche indipendentemente dalla nostra volontà, magari tutte insieme o in ordine sparso…

Non tutto può essere programmato e controllato. La vita è più forte.

In questo senso, forse, il nostro è anche un gesto politico, in senso lato, di ribellione di non rassegnazione allo stato di fatto di una precarietà che non è solo contrattuale ed economica, ma rischia sempre di essere esistenziale.

Da quando aspettiamo il bimbo il nostro motto è diventato “in qualche modo faremo!”. Ma siamo molto consapevoli delle difficoltà che incontreremo, e dei diritti che ci scivolano dalle dita o che proprio non abbiamo mai visto. In questi nove mesi ho vissuto direttamente i pregi e i limiti di un sistema che promuove e incentiva non a sufficienza la maternità e la genitorialità, ma la nascita di un figlio mi dà solo ancora più convinzione ed energia per continuare a combattere cercando di migliorare le cose che toccano davvero le vite. E nei momenti di maggiore ansia ripenso alle parole di una signora, incontrata durante le celebrazioni dello scorso 25 aprile che mi ha detto “Sì, per voi giovani è difficile, ma la mia mamma cosa avrebbe dovuto dire? Mi ha partorita mentre bombardavano Bologna!” Ecco, in qualche modo faremo…abbiamo deciso che se fosse arrivato un bambino/a saremmo stati felici. È arrivato, sta arrivando, e confermo; siamo felici.

  1. Come si chiamerà?

Si chiama Paolo. E forse in questo modo potrei già avere esaurito la risposta, ma oltre al nome è importante il cognome. O più precisamente i cognomi, il mio e quello del mio compagno, entrambi, che abbiamo deciso di dare al nostro bambino.

La possibilità di dare il doppio cognome ai propri figli è una di quelle questioni di minima civiltà e di possibilità di scelta di come pensare e costruire la propria famiglia e le proprie relazioni affettive, a cui l’Italia ancora non si è adeguata, e dire che è uno di quei tipici provvedimenti a costo zero, che semplicemente darebbero un diritto in più alle cittadine e ai cittadini…e questo nonostante la condanna della Corte europea dei diritti umani di Strasburgo: http://www.voxdiritti.it/?p=2453, tra l’altro lo scorso luglio la proposta di legge inerente è tristemente naufragata alla Camera.

Ed è in questo frangente che stiamo vivendo direttamente il risvolto concreto di alcune scelte politiche: innanzitutto noi possiamo accedere all’iter dell’attribuzione del doppio cognome per nostro figlio perché non siamo sposati e sappiamo che sarà un percorso cavilloso e a tratti umiliante. Infatti, siccome la ratio del legislatore è stata quella di presupporre che in situazioni “normali” – “ovviamente” – è il padre che riconosce i/le figli/e, dando loro il proprio cognome; l’unica situazione in cui è la madre a dare il proprio cognome è quella in cui lei è sola ed è costretta a riconoscere il bambino/a in mancanza del padre. Pertanto, inizialmente dovrò riconoscere solo io Paolo. Simone potrà farlo solo successivamente, quando avvieremo la procedura di richiesta di attribuzione di entrambi i cognomi. In questo modo la gioia dell’arrivo del bambino e del diventare mamma e papà è offuscata dalla patriarcale ratio di un legislatore sorpassato e dall’attesa che un tribunale certifichi una scelta di equità e d’amore dettata dal desiderio di trasmettere entrambe le nostre radici a Paolo.

  1. Perché?

Per scegliere il nome di Paolo ci abbiamo messo molto tempo e moltacura. È stato qualcosa che ci ha unito e che ci ha fatto condividere appieno il fatto che stiamo diventando genitori. Simone ed io – ancora prima di sapere se avremmo avuto una bambina o un bambino – abbiamo pensato che ci piaceva molto l’idea di poter dare una futura risposta alla fatidica domanda: “ma perché mi avete chiamato così?”. Allora abbiamo pensato che sarebbe stato bello poter rispondere raccontando una storia del suo nome legata a una persona che stimiamo, che sia portatrice di valori e di comportamenti che vorremmo ricordargli, trasmettergli. Non un personaggio da prendere a modello – non desideriamo imporre o predeterminare delle scelte che non spetteranno solo a nostro figlio – piuttosto una storia che lo accompagni e lo ispiri, che lo faccia sentire parte di qualcosa di più grande di lui, della società in cui viviamo, del mondo nel quale vivrà.

Così abbiamo invaso casa di post-it colorati in cui abbiamo scritto tutti i nomi che ci piacevano, ma che dovevano anche avere il “proprio personaggio di riferimento”. Chiunque venisse a trovarci diceva la propria opinione, ci consigliava, metteva i foglietti nell’ordine che preferiva lasciando commenti… è stato anche molto divertente!

Ma qui mi fermo, perché le parole più belle e dirette le ha trovate Simone, il papà di Paolo, lo scorso 19 luglio:

A stretto giro, eccoti un’altra storia. È giunto infatti il momento di dirti come ti chiameremo. Sarai il nostro Paolo, e quando ci chiederai il perché, mamma ed io ti racconteremo la vita di un uomo felice, innamorato e con tanti figli. Si chiamava come te, era nato al sole di Sicilia, faceva un lavoro normalissimo, diceva lui, eppure era capace di cose che nessuno prima di allora aveva mai fatto. Faticava e lottava contro un nemico considerato invincibile. Ma era allegro e ottimista, nonostante nelle foto o in tv apparisse spesso serio. Spiegava: “Da quando ho cominciato vedo che i giovani, siciliani e non, hanno un’attenzione diversa dalla colpevole indifferenza che io stesso mantenni sino ai quarant’anni”. Infatti vinse moltissime battaglie. L’ultima, pensa, la combatté addirittura da solo, per 57 giorni, avendo contro sia i nemici che gli amici. C’è chi dice che quella l’abbia persa, ma non è vero! Perché ha mostrato la strada e infatti il suo nome, quello che porti tu, da oggi vuol dire ‘posso farlo’. Ci sembrava un buon augurio, ecco, per te che arrivi. Il resto, se vorrai, ce lo metterai tu. Nessuno è obbligato a strafare, questo devi saperlo. Basta soltanto far bene, sorridere, e sforzarsi di essere nel giusto. Sarai ottimista, spero. E se ti mancherà il coraggio, saprai dove guardare!

 

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