Fiori che nascono, fiori che muoiono. Ovvero: non è giornata per gli eufemismi.

 

 

Prima premessa

Quando questo blog è nato, voleva essere il germogliare pubblico di un piccolo gruppo, le RosaRosae, appunto, che da qualche anno si chiamano orgogliosamente femministe – benché siano nate dagli anni Settanta in avanti – e come tali vogliono agire nel mondo.

Era forse un debutto prematuro, fortemente voluto da chi scrive, in un momento in cui il nostro collettivo era un po’ demotivato, sebbene ancora abbastanza costante. Non sono stata sola a far partire Rosarosaeblog.it, ma sento la responsabilità di aver tanto spinto questa uscita, e forse ho sbagliato. Non sarà stato come insistere per fare un figlio quando la coppia è in crisi?

e primo problema. 

Ormai è fatta. Anche ora credo di non essere sola, ma è davanti a me stessa prima che a chiunque altra che devo accettare la silenziosa agonia di questa esperienza. È evidente che non stiamo riuscendo a tenere vivo questo spazio, e tra noi non ne parliamo nemmeno perché non vogliamo incolparci a vicenda.

Non scrivo, dunque, per praticare un forse inutile massaggio cardiaco a una piattaforma più morta che viva – oggi non cerco eufemismi – ma perché questa nostra piccola esperienza mi pare emblematica; oppure, il che è contrario e insieme identico, banale, banalissima.

In questa esperienza io vedo riflessa una brutta abitudine: vi riconosco, cioè, il decorso un po’ triste di molte esperienze di donne. E va bene sparire – anzi, no, non va per niente bene, e poi dirò perché – ma sparire in silenzio mi pare intollerabile.

Seconda premessa (“parto da me”)

Mi sono sentita femminista molto prima che femmina. Non intendo scendere in troppi dettagli autobiografici, ma devo dire che sin da bambina ho avuto simpatia per la parola “femminismo” e che, pur non avendo avuto modelli familiari di militanza, ho sempre sentito mia la lotta delle donne, a partire dalla mia battaglia quotidiana contro una famiglia tradizionale e contro i maschietti arroganti. Era naturale cercare alleanza in altre donne e desiderare di lottare anche con e per loro; intanto le amiche più grandi mi prestavano libri e mi offrivano modelli forti, confermando che, sì: la vita da femmina è più difficile, ma noi possiamo fregarli.

Detto questo, cavalco un’ellissi temporale e arrivo al tempo in cui ho accantonato le riflessioni intimistiche e ho voluto inserirmi nella pratica politica delle donne, nella loro vita associativa… nella rete, per usare una parola generica e insieme ben comprensibile a chi abbia avuto almeno un’esperienza nell’ambiente. Da allora ho energie in più, ho desideri più precisi; soprattutto, so dove cercare alleanze e da chi o da cosa attingere conoscenze. Ho le compagne di RosaRosae, ho l’Associazione Orlando, ho partecipato o collaborato in altri gruppi e ho cominciato a portare il tema anche dentro il mio lavoro. Credo, soprattutto, di saper nominare i problemi.

Perché non è solo un problema “di famiglia”.

Ecco quindi un problema enorme: periodicamente, da quel tempo in cui il femminismo è diventata per me un’esperienza pubblica, ho preso parte a troppi gruppi e coordinamenti di vita brevissima, oppure a movimenti che, dopo un afflato iniziale, tendono a dividersi, spesso non per reali divergenze ma per l’emergere di personalismi, desideri di affermazione: persino lotte per il potere laddove di potere ce n’è pochissimo. Si lotta per una virgola e si perde il diritto di parola. Magari i contenitori rimangono, ma con divisioni, malumori e finti radicalismi che impediscono l’azione e ammazzano la voglia di fare. Le nuove non si avvicinano, le vecchie non ne hanno più voglia. A volte si molla anche solo per noia, perché ci si aspetta che qualcuna ci spinga, che qualcun’altra abbia iniziative. Se non ci sono novità dall’esterno non si vede il senso del proseguire. Ho riassunto il copione in modo rapido e impreciso, perché tutto sommato mi annoio anche solo a scriverle, queste cose. Eppure è una malattia cronica che va affrontata.

Torno un attimo sullo specifico, cioè sui gruppi di cui ho fatto parte io e su questi ultimi anni. Per quanto mi riguarda, a parte altre esperienze giovanili o appartenenze singole a gruppi più istituzionali, il momento di maggior entusiasmo, segnato dall’ingresso in gruppi e da una nuova, clamorosa e inedita esposizione pubblica, ha coinciso, per me e per le mie compagne, con l’emergere in Italia di Se non ora quando?, il movimento che ha smosso, rivitalizzato, illuso e deluso – sempre perché non è giorno di eufemismi – donne di tutta Italia. La precisazione è importante, per ragioni particolari – legate all’esperienza di RosaRosae – e per ragioni che hanno toccato tutta la rete delle donne, più o meno “impegnate”. RosaRosae è nato allora, non tanto o non solo per partecipare a Se non ora quando? ma certo sull’onda di quell’entusiasmo; più in generale, però, va ammesso che il femminismo italiano non si è più ripreso da questa delusione. O, meglio: è il movimento delle donne che non si è ripreso, perché le femministe che non disdegnano questo nome non si sono mai stancate di riunirsi, parlare, elaborare teorie e organizzare iniziative. In particolare, negli ultimi anni è diventato un appuntamento molto sentito il 25 novembre, e questa è indubbiamente una conquista.

Dopo quella stagione, però, i tentativi di riunire i tanti gruppi e gruppuscoli non sono mai più riusciti, e anche su grandi temi come la lotta alla violenza di genere o la difesa della legge 194 non ci sono state che sporadiche e tutto sommato mai veramente unitarie alzate di testa. Dico questo non per tentare di analizzare un fenomeno che fior di sociologhe hanno già trattato, ma perché mi pare una premessa importante per capire questa tendenza a formarsi, tentare il volo e poi sfumare via che vedo e vivo da allora nei gruppi di donne.

Il problema è che questa tendenza è dentro di me, dentro tutte noi: è come se noi femministe relativamente giovani – nessuno può negare l’ostinazione e la costanza delle nostre sorelle più grandi, quelle nate fino agli anni 60 – non riuscissimo a tenere duro. Il mio collettivo amato, alla fine, resiste, nonostante il blog moribondo, ma a quanti coordinamenti, gruppi di studio, piccoli gruppi informali ho cercato di aderire? E quanti ne esistono ancora? I gruppi storici continuano a esistere, ma spesso le forze migliori – almeno quelle che lo sono per me: le creative, le generose, le visionarie – si stancano. Cercano altro, e purtroppo non lo trovano. Soprattutto, non hanno voglia di crearselo, oppure la voglia scema presto.

Ho parlato con abbastanza donne per capire che si tratta di un’esperienza comune. E, se è vero che la tendenza a fare-disfare gruppi caratterizza anche la politica in senso stretto (ed ecco la seconda, parziale, giustificazione “di contesto” a cui potremmo, e in parte dovremmo appellarci), è anche vero che le lotte delle donne in parte sono le stesse da secoli e spesso sono assolutamente trasversali. Non sono cartelli elettorali, l’equivalenza non funziona se non in parte: autodeterminazione, rappresentanza, rappresentazione sono temi non solo non esauriti, ma resi più complessi dall’avanzare della tecnologia, dalla mondializzazione, diciamo pure dalle evoluzioni (anche acrobatiche) del capitalismo.

Insomma: la crisi della partecipazione politica e la delusione di Se non ora quando? sono due nodi fondamentali, ma c’è anche qualcosa d’altro. Una qualche tendenza psicologica al mollare, al festeggiare continui nuovi inizi per combattere l’horror vacui ci sarà anche in noi, ma non è, non può esser tutto qui. E, anche se lo fosse, va analizzata. E siccome non so rispondere alla domanda più grande, provo a frammentarla in questioni più piccole, a cui spero che le mie compagne vogliano rispondere, in dialogo con me e con se stesse.

È il tempo contingentato delle donne che impone loro flessibilità, rendendole abilissime organizzatrici e strateghe, ma poco inclini a ritagliarsi un momento fisso per se stesse e per i propri spazi (esempio: il mercoledì sera faccio questo. Tutti i mercoledì e anche se tu sei libero/a solo il mercoledì)?

Forse le donne non vogliono o non sanno perdere tempo. È sempre un male?

Il modo di riunirsi – tempi, luoghi modalità di organizzazione – conta molto? È diverso tra le generazioni? Come si può modificare per consentire la partecipazione anche di precarie, pendolari, mamme?

Come vivono le donne un tempo di finta calma come questo? Sentono il bisogno di stare in piazza, sul web, in una libreria, una casa, una sala da tè? Qual è, insomma, lo spazio che vogliamo occupare? Spazio fisico o spazio virtuale? Uno spazio pubblico o privato? In questo momento penso soprattutto alle donne che desiderano una dimensione di impegno, ma naturalmente la questione coinvolge tutte.

Infine: sullo sparire (avevo detto che ci tornavo). Noi spesso, semplicemente, sfumiamo via, rinunciamo senza clamore. Io questa “cosa” la sento in me e la rifiuto. E infatti scrivo. Aspetto i vostri commenti.

D.A.

Chiedo scusa a Vanna Vinci per averle rubato la vignetta, ma ne avevo proprio bisogno.

3 pensieri su “Fiori che nascono, fiori che muoiono. Ovvero: non è giornata per gli eufemismi.

  1. Care Rosae, e in particolare mia cara Donatella,
    raccolgo il tuo messaggio, ringraziandoti ancora una volta della tua tenacia e della tua generosità. Vi propongo di vederci e parlarne in presenza. Memore di tutto quello che siamo (state?) non riesco proprio a scrivervi guardando uno schermo, invece che i vostri occhi e le vostre espressioni. Metto a disposizione la mia casa (e anche collegamenti Skype per quante non saranno a Bologna), ma incontriamoci, rivediamoci. Quando volete.
    Un abbraccio a tutte.
    Federica

  2. Grazie a te, Federica, per la risposta e la proposta, che come puoi immaginare coglierei al volo. Come sempre il personale è politico e con il tuo commento rispondi anche a una delle mie domande, che forse era la principale: ci dici che hai bisogno di incontrarci fisicamente per capire. Sarà che rapporto presenza / spazio virtuale è una dialettica che non si stabilizza mai? Il web è una risorsa eccezionale, ma il fading di cui parla Barthes (sottrazione del contatto fisico, appunto) è sempre in agguato.

    1. Care, sapete che io sono sempre stata convinta della prevalenza dell’incontro, della discussione in tempo reale. Poi sarò anche smentita da fior di dibattiti, discussioni, relazioni “a distanza”, e non dal tempo del web ma da secoli di corrispondenze. Però l’amor de lonh non ha mai fatto per me, che ci volete fare…
      Quindi, vediamoci!
      P.s.: vale il collegamento skype, evviva la contemporaneità!
      P.p.s. al resto del mondo: non so, ho il dubbio che il problema dell’entusiasmo alla nascita, del lento spegnersi, del rinnovato entusiasmo dei gruppi – tutto quello che chiamiamo fenomeno carsico, insomma – non sia uno specifico femminile, con buona pace di tante analisi sociologiche. Ma, va detto, io mica sono una sociologa. Solo che l’ho visto e vissuto in tanti altri gruppi, artistici, politici, pseudo-lavorativi, composti sia di uomini che di donne, in un periodo di tempo abbastanza sparpagliato.
      Alle Rosae: In ogni caso, e qui sono d’accordo con Donatella, stavolta non sparisco sfumando.

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