Un digestivo per l’8 marzo. Ovvero: sugli spettacoli a orologeria.

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Scriveva Lella Costa, nel delizioso Piccole donne crescono, contenuto nell’ormai introvabile In tournée: «va meglio, sempre meglio, ho molte soddisfazioni, sono più stimata, più considerata (e lo capisco da tanti segni: per esempio, non faccio più spettacoli solo l’8 marzo)».

Nel suo piccolo, ogni attrice o artista, anche misconosciuta o del tutto ignota, può capirla: sembra che per la “festa della donna”, improvvisamente, anche i più incalliti sessisti si sentano chiamati a dedicare al nostro genere un contentino, una giornatina, un ammicco. L’ipocrisia ottomarzolina è una vecchia e trita storia, io stessa mi chiedo se abbia senso tornarci sopra; però un po’ di prurito me lo dà, specialmente quest’anno. Non mi dilungo: il lato commerciale neanche lo nomino, perché far la morale al capitalismo mi pare tempo perso. Così come è tutto sommato vano prendersela con il collega machista e stolido che l’8 marzo arriva con “mimosa per tutte”: quello lo vorresti semplicemente menare – anzi: farlo menare da un altro come lui, così – come avrebbe detto una mia amica un po’ maestrina – “almeno si fanno male tra di loro”. Glisso, quindi, su queste miserie quotidiane. Penso, invece, che per noi che abbiamo il peccato originale di esserci infilate nel mondo dello spettacolo (mi piacerebbe dire della cultura, ma non oso) c’è un’implicazione supplementare. A un certo punto arriva sempre chi ci chiama per chiedere: ce l’avresti uno spettacolo per l’8 marzo? Ecco, questa è un’altra storia, che mi dà molto da pensare. Sì, io ce l’avrei una ventina di spettacoli per l’8 marzo, e se non ce li ho io vi posso presentare amiche, e anche qualche amico, che fa un gran bel lavoro. Come sono fortunata, penso: qualcuno si ricorda che esisto e che lavoro. Poi metto giù il telefono e sento uno strano bruciorino di stomaco: c’è qualcosa che non va.

Facciamo allora che prendo un Geffer e chiarisco alcune cose con me stessa.

a) La Festa della Donna, che poi si chiamerebbe “Giornata internazionale della donna” è una delle poche ricorrenze che mi parlano e che mi va di celebrare;

b) trovo che la mimosa sia un fiore stupendo e quindi, prima di chiamare l’energumeno picchiatore, accetto sempre l’omaggio;

c) accolgo con favore tutto ciò che consente alle donne di farsi largo nello spazio pubblico malgrado gli uomini che lo occupano non ne siano poi così entusiasti, comprese le tanto discusse quote.

Noi figlie di Eva lo nasiamo fin dall’infanzia: nessuno ti farà spazio, se non te lo prendi, e va bene prenderselo anche in occasioni discutibili. Faccio due esempi, uno serio e uno meno. Quante volte si sente dire, in ambito lavorativo, “serve almeno una donna”? Qualche volta li si manda a quel paese, ma molte volte vale la pena accettare, e poi preoccuparsi di arrivare con contenuti veramente forti. Il punto, dunque, è difendere le posizioni conquistate ma anche quelle che loro credono di averci concesso; poi però farle fruttare e saper dare speranze e modelli positivi ad altre donne, magari a quelle più giovani o scoraggiate.

Passo ora all’esempio faceto. Io ho smesso di ribellarmi quando un uomo insiste per pagare la cena. Se pensa che questo lo faccia apparire un “amico delle donne” (non trovo un’altra espressione, mi si perdoni questa), peggio per lui: ha fatto un investimento sbagliato; se invece lo fa per generosità non vedo perché offenderlo: siamo pur sempre in Italia, dove l’ospitalità è un fatto delicato. C’è una terza teoria, che mi piace molto: il più onesto di quelli che ho incontrato sosteneva che pagare era, da parte sua, un atto di “redistribuzione del reddito”. Ora, a parte il caso specifico – cioè quello dell’onestà dell’uomo in questione e del mio evidente aspetto da stracciona –, anche astraendo a una casistica più generale, non si può dargli torto. Non sappiamo forse tutte, e tutti, che nel nostro paese i maschi guadagnano tanto più di noi?

Non posso che rallegrarmi, quindi, per il proliferare di iniziative in occasione della Giornata Internazionale della Donna. Anche per un bieco calcolo economico, accetto volentieri di proporre o realizzare ad hoc cose teatrali sul tema. In molti casi, poi, sono occasioni che nascono da un’amicizia, che ispirano anche un po’ di sorellanza e che portano a un sano esercizio di lobby. Celebrare la ricorrenza è, infine, un’ottima occasione di lavorare creativamente su temi politici. Sono felice di lavorare l’8 marzo anche se così non posso andare in piazza con altre singole donne e associazioni. Ma come nascono gli spettacoli, le iniziative dell’8 marzo?

Senza pretendere di riassumere tutti i casi, si può dire che spesso l’organizzazione della giornata è affidata a una donna umanamente e politicamente sensibile, che il più delle volte fatica tutto l’anno, e da molti anni, in associazioni o gruppi che fanno un gran lavoro culturale (o almeno ci provano), anche sui temi di genere. In occasione dell’8 marzo e del 25 novembre questa donna – magari non da sola – è finalmente riuscita a far breccia nel cuore e nella cassa di qualche comune o teatro, grazie alla cattiva coscienza degli uomini delle istituzioni, e spesso anche di quella di donne, del tutto indifferenti alle politiche di genere. Per le ricorrenze, infatti, ancora si riescono a trovare piccoli budget, così si riesce a chiamare un’artista, una giornalista, una scrittrice di cui ci si fida per affidarle un discorso che quel giorno, un po’ magicamente, ascolteranno anche donne che durante l’anno “non hanno tempo per queste cose” (il virgolettato dovrebbe rendere l’idea di quanto poco io credo a questa versione dei fatti), e magari ascolterà anche qualche uomo. Chissà che non ne nascano interessi, idee, o anche solo un po’ di fiducia. E poi le donne si incontrano, si scambiano auguri più calorosi che quelli di Natale. Senza contare che l’8 marzo è il compleanno di mia sorella, più simbolico di così…

Altre situazioni sono ipocrite e completamente strumentali. Nessuno mi toglierà dalla testa che l’ambiente dello spettacolo, sebbene relativamente più aperto e meno irto di ostacoli per donne (e omosessuali) – e secondo me perché girano pochi soldi – non sia meno sessista di molti uffici. Vediamo bene quanto siano sconfortanti i modelli di donna che vengono proposti, e non solo in televisione. Bisogna essere oneste: le trasmissioni del pomeriggio sono il peggio, ma ci sono cose più subdole e non meno dannose. Anche in teatro, sissignori, dove la donna assume quasi sempre un ruolo decorativo. E il “bene o male, purché se ne parli”, come avrebbe detto Oscar Wilde, non ci va bene. Provate ad applicare il Bechdel Test (originariamente pensato per i film, ma va benissimo anche in teatro) e vedrete.

Faccio un passo indietro: l’8 marzo è una data inventata, direi addirittura sudata. Dalle prime celebrazioni americane di fine febbraio all’affermarsi del mito fondativo (e falso) dell’incendio nella fabbrica Cotton di New York; passando – ed è un passaggio fondamentale, perché è lì, a quanto ne so, che si afferma la data che festeggiamo oggi –– dalla “Giornata internazionale delle operaie” di bolscevica invenzione, si tratta comunque di un’occasione di rivendicazione politica. Poi, lentamente e intelligentemente, organizzazioni come l’UDI in Italia hanno saputo allargare la sensibilità per la ricorrenza. Resta il fatto che le donne dovrebbero mordere, l’8 marzo, e gli uomini dovrebbero starci lontani per la paura oppure darci la parola e ascoltarci. “Darci la parola”: dopo averlo scritto devo prendere un altro Geffer. Perché è così, il resto dell’anno ce l’hanno loro, la parola. Il resto dell’anno continuiamo a doverla strappare, come hanno fatto le nostri madri, le nostre nonne e probabilmente anche la nostra lontanta antenata Lucy – con buona pace delle tesi matriarcaliste, mitiche almeno quanto l’incendio dell’8 marzo. Credo che sia questo quello che mi fa rabbia.

Una donna che stimo moltissimo dice sempre che noi donne non siamo capaci di fare lobby, mentre ci riescono meglio altre categorie, per esempio gli ambienti GLBTQI. Persino l’immigrazione, probabilmente la questione più scottante del nostro paese, ha qualche spazio fuori dalle ricorrenze e dai naufragi. Le donne ne hanno, sì, ma nei loro ambienti.

E allora? Si fanno o no, questi spettacolini dell’8 marzo?

Si fanno, mi dico, perché al lavoro non si dice no finché non valica quella personalissima linea del “non ci sto” che attiene all’etica e molto spesso all’esperienza personale, e perché talmente poche sono le occasioni in cui si parla di questioni di genere nel mondi mainstream – ché le femministe, si sa, più che altro ne parlano tra di loro – che non si può mollare neanche quel minuscolo spazio che ci viene occasionalmente offerto (ci saranno, poi, anche delle energumene femmine da chiamare a sostengo il 9 marzo, no?). Il difficile è saper usare bene anche quelle occasioni gentilmente concesse. Ma c’è un ultimo risvolto, un po’ inquietante: queste scelte costano; spesso bisogna mettersi da parte, accettare il contesto e le modalità, spesso del tutto o in grande parte in contrasto con il significato originario della giornata. E, come si dice a Roma, si rosica.

Metto giù il telefono. Non rosicare, mi dico, piuttosto arrabbiati. Non lasciare che si parli semplicemente di donne, ma fai di tutto perché parlino le donne. E non solo dei propri problemi, perché la mancata conquista di diritti effettivi, l’arretramento di alcuni che qualcuno pensava consolidati per sempre, il ricadere, spesso inconsapevole, nei più triti clichés anche all’interno della coppia, riguardano tutti. Credo che per poter usare bene questa giornata si debba tenere a mente questo: le donne almeno parzialmente consapevoli, le arrabbiate, le femministe, paradossalmente forti di una debolezza, anche in questo nuovo secolo possono ancora (e devono, secondo me) assolvere all’infelice ma indispensabile ruolo di Cassandre: urlare, fino ad essere fastidiose. Se però anche l’8 marzo lasciamo che siano gli uomini a parlare, e nel solito modo, è perché parlare loro al posto nostro è la tecnica di sempre per non stare ad ascoltarci.

Non trovo altra soluzione al mio bruciore di stomaco e a quello di altre che certo soffrono il mio stesso male: sono certa che valga la pena di continuare a fare le Cassandre, specie – ma non solo – l’8 marzo. E noi che nelle nostre arti abbiamo il privilegio di prendere parola davanti a un pubblico, dobbiamo ricordarci di rappresentare e quindi proporre donne positive, che ce la fanno, che si sono fatte ascoltare, sperando poi di far intendere anche a qualche uomo che cambiare le regole del gioco è l’opportunità di creare un modo di vivere migliore per tutti. Se poi gli uomini italiani vogliono continuare a pagare le cene penso non valga la pena di scoraggiarli, almeno finché guadagnano tanto più di noi.

Buon otto marzo, amiche.

 

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